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Dalla conquista alla conoscenza-trekking sul K2
Uno spettacolo regalato ai nostri occhi il nanga parbat. Cinquant’anni dopo la conquista della vetta del mitico K2 una spedizione italiana celebra l’impresa di Lacedelli e Compagnoni, fra i partecipanti il Sen. Fausto Giovanelli, noto nell’ambiente per essere stato il primo firmatario della legge per l’abolizione del “super-bollo” per gli autocaravan nel 1996
Testo e fotografie di Fausto Giovanelli
L’autore del reportage KE TU
Fausto Giovanelli non è un alpinista bensì un
Senatore della Repubblica, è stato presidente della Commissione Ambiente a
Palazzo Madama, è membro della Commissione Ambiente e Agricoltura del Consiglio
d’Europa e fa parte del gruppo dei parlamentari “amici della montagna”.
Inoltre ha promosso l’istituzione del Parco Nazionale dell’Appennino
tosco-emiliano, ha seguito la spedizione sul K2 con la passione dell’escursionista,
riportandone impressioni ed emozioni incancellabili. La sua è la testimonianza
di un uomo politico da sempre impegnato sul versante dell’ambiente e dei suoi
diritti: il contatto con la natura estrema di questo angolo del mondo, già
pesantemente attaccata dagli assalti di uno sviluppo insostenibile, suggerisce
al senatore una serie di riflessioni e di proposte per una nuova, diversa e più
attenta politica ambientale.
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È il primo 8000 che vediamo… un mito dell’alpinismo
e dell’avventura! Gloria di Reinhold Messner e tomba di suo fratello Gunther.
Nanga Parbat significa “montagna nuda”. Lo chiamano anche “la montagna
assassina”: scalarlo è difficilissimo. Ek-Bal, la nostra guida più giovane,
si esprime un po’ in inglese, un po’ in spagnolo: “La gente qui sembra
povera, ma non è così. C’è legname, ci sono foreste su in alto, al di sopra
della nostra vista e nelle valli laterali. Lo tagliano e lo vendono...” Adesso
mi spiego un manifesto dell’ONU che invitava alla protezione delle foreste.
Noi non vediamo un albero che uno! Solo sassi, rocce, terra, sabbia. Per
chilometri e chilometri è un mondo di pietra, attraversato da un fiume possente
e da una strada che è un’esplorazione. Anche qui, nel deserto, ci sono tanti
bambini. Ma come si possa vivere qui è un mistero. Lo capiremo dopo.
Ci sono delle “oasi” nel deserto di pietra.
Inoltre, ci sono foreste, da qui invisibili, oltre le creste delle prime
montagne che danno sul fiume. Le oasi sono giù nella valle e anche più in
alto. Sono minuscole comunità di montagna. Captano acqua, irrigano pezzi del
deposito alluvionale o terrazzini sui versanti, creano piccole macchie verdi,
isolate nel color terra di tutto il resto. Hanno bambini. Vivono con un po’ di
fieno, orti, alberi da frutta, povere case (“case” si fa per dire) e,
magari, la teleferica per attraversare il fiume. Una macchia di verde sulla
costa di roccia è un’azienda agricola. Nessuno da noi si sognerebbe di
chiamarla così. C’è qualcosa di patetico e di eroico nel lavorare fazzoletti
da trenta, cinquanta, cento metri quadrati appesi sulle pareti di un canyon. È
agricoltura di pura sussistenza, ma è agricoltura importante: non fa vendere,
ma fa vivere e sopravvivere.
Ci sono progetti internazionali in corso per il
sostegno di questa comunità. Incontreremo segnalazioni di progetti dell’Unione
Europea, di progetti della fondazione dell’Aga Khan, di progetti del governo
pakistano. Ma una vacca in Europa riceve annualmente più
sussidi che una di queste comunità. Il giorno dopo a Skardu, chiacchierando con
Jan, il nostro sirdar, avrò una spiegazione folgorante: “Pakistan? Lo
chiamano il paese delle tre A: Allah, Army, America (Dio, esercito, Stati Uniti)”.
Jan si esprime in inglese e per il Pakistan usa la terza persona. La sua patria,
per lui, è la valle Hunza. Mi fa riflettere più di una lezione di storia.
Capisco che l’esercito è praticamente tutto lo Stato che qui non c’è mai
stato: strade, scuole, ospedali, classe dirigente, unità di comando dal
Karakorum all’Oceano Indiano. Allah invece pare essere da sempre il Dio di
questa gente…
Ma l’America cosa c’entra? C’entra, c’entra…
Gli Usa sono il principale alleato. E anche di più. Da quando è nato, il
Pakistan ha fondato sugli Usa la propria sicurezza. Innanzi tutto militare. I
centocinquanta milioni di mussulmani del Pakistan sono soprattutto poveri.
Credono in Allah! Bin Laden è un’altra cosa. La mattina dopo è pace con Askole. Attraversiamo il
paese inseguiti da bambine e bambini e finalmente troviamo la scuola primaria:
ci sono sessanta tra bambine e bambini, ma soprattutto maschi. Quando chiediamo
e otteniamo di fare una foto della scolaresca, le bambine si nascondono dietro i
maschi. A parte la scuola, l’ospedaletto e altre due costruzioni, il paese è
un insieme di tuguri, di fango e sassi, piccoli, bassi, senza finestre, con
tetti piatti su cui a volte c’è fieno ad essiccare. Nelle case non c’è
luce e l’acquedotto è costituito da un rigagnolo che scorre nella stradetta
di terra lungo il paese. Nello stesso rigagnolo si beve con le mani e si scarica
dalle case attraverso piccole fosse. I campi, invece, sono curatissimi.
Impareremo dopo, dovendo accorciare la tappa, che i
porters (portatori) mancano perché c’è molta richiesta, ma anche perché ci
sono i lavori dell’agricoltura. I portatori sono ragazzi e uomini di tutte le
età. Gli zaini sono basti di ferro su cui, con corde rudimentali, viene legato
di tutto. La coperta per la notte fa da imbottitura sulla
schiena. Sono pagati anche in base al peso che portano. Il giorno dopo, alla
richiesta di un “vecchio” (almeno questo era l’aspetto, magari aveva la
mia età) di portargli il carico al di là di un passaggio di secondo grado sul
fiume, dirò di no. Troppo pesante. Rischio di non farcela e di fare una pessima
figura. Quando, dopo il passaggio, ho proposto lo scambio degli zaini, ha
accettato felicissimo. L’ho portato per mezz’ora.
Di più non ce l’avrei fatta. Francamente non so
come loro possano riuscirci. Camminano più di noi, ma con soste più frequenti
per scaricare il peso, appoggiando il carico sui massi e rialzi, senza toglierlo
dalle spalle. Anche perché rimetterlo e rialzarsi è uno sforzo ulteriore e
visibilmente problematico. Il gruppo di dipendenti Siemens a cui sono aggregato
è ben affiatato. E anche allenato. Non solo si conoscono tutti ma sono stati
insieme all’Everest. Insomma, come trekkers hanno esperienza ed
equipaggiamento migliori dei miei. Penso se ne rendano conto, e la cosa un po’
li responsabilizza, un po’ li intenerisce. Non so cosa pensano quando le
datate pedule che indosso, una dopo l’altra, si aprono per lo scollamento
delle suole. Mi impegno e riesco a tenerle attaccate alla scarpa facendo
sapientemente girare sotto i lacci, come coi ramponi. A me pare una soluzione
ingegnosa, ma ormai la figuraccia è fatta. Tutti - più o meno ridendo - si
preoccupano.
Ma così, tra la fatica, la polvere e gli
inconvenienti, si accorciano le distanze e si stringe un legame. Dopo qualche
giorno Fabio, uno dei leader del gruppo, vedendomi in difficoltà con gli
scarponi pesanti, mi presterà le sue pedule. Comunque, tra bene e male, riesco
a portarmi alla fine della tappa e nel bagaglio troverò le scarpe da
ginnastica. Per ora bastano. Il sole è ancora alto quando ci fermiamo. Siamo
nel punto in cui, da una valle laterale, l’immenso ghiacciaio del Biafo (è
lungo centoventi chilometri) sfocia nella valle del Braldu, che regolarmente ne
erode la morena finale, larga un chilometro. Qui c’è un’oasi dove vendono
acqua e Pepsi. Ci accampiamo e verso sera ci sono almeno trenta
tende e altrettanti bivacchi. I portatori bivaccano all’aperto, dentro piccoli
recinti di pietra quadrati, alti mezzo metro.
Lì, a gruppi, mangiano e dormono, a volte cantano,
coperti con i panni che mettono tra il basto e la schiena. Quando piove si
tirano sopra un cellofan. C’è anche una troupe televisiva del Pakistan con
una donna - è un medico, figlia del ministro dell’educazione - e i suoi
ragazzi. La notte è una cascata di stelle, con la luna che
accende il bianco della neve sulle cime. Da ogni parte. La giornata comincia piano, con la crema in faccia,
il passo lento, mentre si attraversano gli sfasciumi costituiti dai depositi
alluvionali, portati dai torrenti che precipitano dalle vette sovrastanti la
valle del Braldu.
Dobbiamo arrivare a Payu, dove c’è un’oasi, in
questo strano deserto attraversato da torrenti impetuosi gonfi di acqua come e
più del Po, ma che da soli non creano un metro di verde. Abbiamo lasciato ieri
la vecchia carovaniera che risaliva la valle del Dumordo, per arrivare nel
Sin-Kiang. Quella era la vecchia Via della Seta.
D’improvviso, di colpo, uscendo da uno dei cento
avvallamenti, il K2. C’è un profilo di montagne bianche all’orizzonte, in
fondo alla valle; e il profilo di una di queste è inconfondibile. L’ho visto
in cento cartoline. Lo riconosco. “È quello?”… Sì… No… Sì… Mah…
Poi passa un portatore, capisce e pronuncia “Ke tu” (K2). E sono foto su
foto! Un’emozione! Non ce l’aspettavamo. Le relazioni dicevano che non si
vede fino a Concordia. Invece no! C’è una delle “cattedrali del Baltoro”
che lo copre in parte. Si intuisce che, portandoci via via più sotto, magari
non lo vedremo più per tre giorni. Allora stop subito, poi di nuovo stop alla
prima posizione panoramica, su un rialzo. Gli altri vanno avanti, ma li
riprenderemo. Bisogna godersi il primo successo della nostra spedizione.
Al sole fa caldissimo e allora doccia all’aperto e
bucato, mentre gli elicotteri fanno la spola, fermandosi più volte in fondo al
greto. Il K2 non si vede più. O meglio si intravede al tramonto, ancora
illuminato dal sole, ma coperto quasi perfettamente dalla piramide scura di una
delle cuspidi del Baltoro, più bassa, ma più vicina. Come il sole durante un’eclissi:
ciò che si vede è solo la luce sul contorno. La mattina dopo Prospero viene a salutarmi prima di
partire. Noi siamo ancora fermi. C’è uno sciopero dei portatori. Non si
chiama così ma è così. È una scena incredibile e indescrivibile. Incrociano
le braccia.
Letteralmente. Stando in piedi oppure accovacciati,
com’è il loro solito, a gruppi, raccolti sulle piazzole della tenda mensa. I
bagagli sono a terra, in attesa di essere raccolti. Assistiamo, parlando solo
tra di noi. È uno sciopero selvaggio. O meglio sarebbe tale se avessero uno
straccio di contratto. Ma non hanno contratto. Sono ingaggiati quotidianamente.
Prendono duecento rupie al giorno. Settemila lire. Tre euro. Più da mangiare.
Si tratta sulle rupie e sul mangiare. La scena è drammatica e commovente. Coi
portatori conviviamo, separati ma inseparabili, da qualche giorno. A loro
consegniamo la nostra roba imballata. Le tende, i viveri e tutto il resto. Ce la
ritroviamo all’arrivo. Con novemila rupie per tutti la “trattativa” si
sblocca. Nella salita, Jan, il sirdar, mi ha tirato con il suo passo davanti
agli altri. Mi parla (in inglese) per un’ora e capisco “quasi” tutto.
Vorrebbe soldi dall’Italia, come aiuti, per lo sviluppo della sua valle,
quella degli Hunza.
Ci sono progetti della foundation dell’Aga Kahn per l’istruzione alle donne, l’irrigazione e l’ambiente. Non so cosa dire. Gli do la mia carta con l’indirizzo e l’e-mail. Mi manderà i progetti e poi vedremo. Arriva finalmente, un po’ pallido, il ministro Alemanno. Mi presento, mi saluta e viene con noi a prendere il tè di benvenuto nella tenda mensa del nostro gruppo. Parliamo un po’. Mi invita ad unirmi alla delegazione parlamentare per l’incontro con Musharraf. Gli racconto delle richieste del nostro sirdar per il popolo degli Hunza. Alemanno mi sembra seriamente provato tuttavia ascolta e propone di valutare la cosa nell’ambito dei progetti da finanziare che l’Italia potrà discutere con la FAO.
Sono molto soddisfatto. Ieri, ansimando sul Baltoro al passo di Jan, avevo fatto promesse vaghe. Oggi c’è un contatto diretto con la segreteria del ministro dell’agricoltura. Il K2, coperto, non si fa vedere. Però si sente; e, camminando lento e tranquillo, penso che è bello avvicinarsi al K2 come andare a prendere un caffè in piazza. Mi godo l’idea che si sta arrivando al campo base, la meta del nostro trekking. Passiamo a fianco del campo base del Broad Peak giungiamo finalmente, dopo un po’ di acrobazie per saltare un torrente, in fondo a un crepaccio. Siamo arrivati. Incontro subito Enrico, poi Michela.
Abbracci... “Sono stato di parola”. Salgo duecento metri fino a “Casa Italia”, la grande tenda-mensa della spedizione. “C’è un caffè?” Sì, qui c’è. Michela prende la moca. Intanto saltano fuori speck e pecorino. È un avvenimento. Non facciamo un pasto nostrano da quindici giorni. Speck e pecorino durano poco. E anche la cioccolata che non manca è presa d’assalto. Qui è “Casa Italia” davvero. Ridiscendo verso la tenda per sistemarmi per la notte. Intanto ho avuto un invito a cena con gli alpinisti della spedizione e anche di più: un materassino autogonfiabile (cambierà completamente la qualità del mio giaciglio, fino ad allora solo una stuoia su sassi e ghiaccio) e una giacca di piumino: calda, eccezionale! In effetti per star fermi la sera la mia North Face, made in China, non basta.
A cena a “Casa Italia” siamo una ventina, tra di loro quattro dei cinque nuovi conquistatori del K2. Ho di fronte Mario Merelli. Parliamo di montagna e di sci di fondo, di cui anche Merelli è appassionato. Perciò valeva la pena ricordare l’anniversario di quella che è stata la principale impresa alpinistica degli italiani, come nazione (quelle di Messner, il re, sono cose a parte). Un minuto in tutto. Ascoltano, poi fanno domande e parliamo più a lungo su questo tono. Poi subito a letto. Siamo al K2. La notte è più fredda. Nevica, e sulla tenda, che per stasera condivido con Claudio, si forma un sottile strato di ghiaccio. La mattina sveglia presto si fa colazione nella mezza tenda comune rimasta. All’improvviso tutti fuori. Dalla montagna è scesa una valanga, circa cinquecento metri a monte, subito dopo il campo base.
Il fumo attraversa tutto il ghiacciaio Goldwin Austen, arrivando fino alle pendici del Broad Peak. Per fortuna non abbiamo curiosato verso il campo base avanzato. Alcuni di noi scendono subito a Concordia. Con gli altri andiamo all’attacco della Magic Line, una via alla parete sud che parte subito sopra il campo base. Poi indietro per andare al Memorial dedicato a Mario Puchoz (l’alpinista valdostano morto per un edema polmonare nella spedizione del ’54). Dopo quasi un’ora di camminata su e giù per corsi d’acqua e morene, fino a montare con un sentiero ripido sull’unghia del piede della montagna, troviamo una cosa diversa dal cippo che immaginavamo.
Qui, sulle rocce che circondano un terrazzino esposto che guarda il ghiacciaio, non c’è il cippo, né la lapide che mi aspettavo. Non c’è un monumento a Puchoz. C’è una memoria che il vento fa tintinnare contro la roccia rendendola viva. Sono piatti metallici appesi ai chiodi, con incisi nomi, dediche e parole di amici per tanti alpinisti caduti. Nella semplicità della cosa non c’è retorica ma solo una grande intensità. Sono il silenzio e, per contrasto, il vento che fa tintinnare il metallo contro la roccia, i protagonisti e i compagni dei pensieri di chi si sofferma qui. E dopo il vento il silenzio. Scendiamo subito. Sono turbato.
È un luogo importante, una capitale della montagna mondiale, come Chamonix, come Aspen, come Cortina, ma non se ne dà le arie. La globalizzazione non l’ha ancora omologata. È rimasta se stessa, viva, ma anche polverosa e povera, come questo continente indo-musulmano. Spesso ho creduto di viaggiare trovandomi sempre nello stesso luogo. Qui, nel Baltistan, Kashmir pakistano, sulle vecchie Vie della Seta, sento di avere viaggiato davvero.
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