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Ventitre giorni a New York
Atterrati all’areoporto di “La Guardia” con un bus pubblico abbiamo raggiunto Manhattan, da dove con un taxi ci siamo recati all’appartamento preso in affitto, sulla sessantaquattresima strada. Il primo impatto con la città è stato surreale, sembrava di essere stati catapultati di colpo sul set di un film, strade enormi, auto di grossa cilindrata, gente di tutte le razze, e di tutte le taglie, il tutto accompagnato da una sensazione di leggero smarrimento, accentuata dalle sei ore di fuso orario, che nessuna capitale europea mi aveva mai suscitato

New York è sempre stata per me la meta più ambita da visitare. Sarà perchè è
il simbolo della modernità, la metropoli per eccellenza, epicentro multirazziale
dell’occidente, che ognuno di noi pur non essendoci mai stato può dire di
conoscere almeno un po’, attraverso i tanti film e telefilm che da quando è
stata inventata la televisione, hanno invaso le nostre case. Città simbolo degli
Stati Uniti, famosa nel mondo per la Statua della Libertà, per i teatri di
Broadway, sede delle Nazioni Unite, ricca di musei e di intrecci culturali, dal
nuovo millennio New York è anche simbolo del volto vulnerabile di una nazione
che sembrava inattaccabile, oggetto del più sanguinario e spettacolare attentato
della storia. Il mio viaggio a New York è cominciato alcuni mesi prima della partenza.
Avendo iniziato a viaggiare fin da piccolo, più che un turista mi sento un
viaggiatore, e sono convinto che per visitare e conoscere un luogo sia
necessario uscire dalle strutture turistiche, avvicinarsi il più possibile al
modo di vivere, di chi quel luogo lo vive quotidianamente. Così ho contattato amici che erano già stati a New York, i quali mi hanno
consigliato un sito Web, craigslist.com, di annunci di privati, ricchi di
dettagli e di fotografie, che affittano il proprio appartamento, o una stanza,
per periodi più o meno brevi. La ricerca non è stata semplice, ho inviato decine
di e-mail, ovviamente in inglese, consultato moltissimi annunci, verificato la
collocazione degli appartamenti a Manhattan e che la disponiblità conicidesse
con il periodo della nostra permanenza. Alla fine siamo stati fortunati nella
nostra scelta, abbiamo trovato un appartamento sulla sessantaquattresima strada
a pochi passi da Central Park, con due stanze, soggiorno, cucina e bagno, che
abbiamo condiviso la prima settimana con un ragazzo di Amsterdam, e per il resto
della vacanza con la padrona di casa, Jennifer una ragazza americana di 35 anni.

Per quanto riguarda il volo, per ragioni economiche abbiamo preferito un volo
da Londra, raggiunta con una compagnia low cost da Roma, volando all’andata con
l’American Airlines ed al ritorno con Lufthansa, il che ci ha permesso di
risparmiare un 20% rispetto ad un volo diretto da Roma. Terminati i preparativi,
i primi di Agosto siamo partiti, io e la mia ragazza, da Roma e dopo un breve
soggiorno di tre notti a Londra siamo volati a New York. Atterrati all’areoporto
di “La Guardia” con un bus pubblico abbiamo raggiunto Manhattan, da dove con un
taxi ci siamo recati all’appartamento preso in affitto, sulla
sessantaquattresima strada. Il primo impatto con New York è stato surreale, sembrava di essere stati
catapultati di colpo sul set di un film, strade enormi, auto di grossa
cilindrata, gente di tutte le razze, e di tutte le taglie, il tutto accompagnato
da una sensazione di leggero smarrimento, accentuata dalle sei ore di fuso
orario, che nessuna capitale europea mi aveva mai suscitato.

Essendo un appassionato di media, e di tutto ciò che riguarda il mondo
dell’informazione, il primo luogo che ho visitato è stato Ground Zero, dove
prima dell’attentato dell’11 Settembre sorgeva uno dei simboli di New York, il
World Trade Center. Osservando i luoghi che hanno fatto da sfondo alle immagini
dei due aerei che si schiantavano sulle Torri Gemelle, ci si rende conto che
quel terribile evento, è accaduto davvero, che non si tratta di uno dei tanti
film di Hollywood. La zona è ancora un cantiere, e sbirciando tra le reti di
protezione, che impediscono la vista sull’enorme buca che giace al posto delle
torri, è ancora possibile intravedere macerie e resti di quelli che un tempo
furono gli edifici più alti del mondo. Al loro posto sorgerà un nuovo
grattacielo la Freedom Tower (Torre della libertà), alla cui realizzazione
stanno partecipando molti tra i più importanti architetti dal mondo, tra cui
anche il “nostro” Renzo Piano. Non distante da Ground Zero, nella zona sud di Manhattan, vi è anche il
mitico ponte di Brooklyn. Edificato nel 1883, The Brooklyn Bridge consentì di
collegare le città di New York e Brooklyn, allora la terza americana dopo
Chicago, e la stessa New York a cui fu annessa. Ciò suscitò per anni un sentimento di “autonomia” tra gli abitanti di
Brooklyn, tanto che vi è ancora chi ne parla come della quarta città americana,
sopravanzata oggi anche da Los Angeles. Dal ponte di Brooklyn si scorge una
suggestiva vista dei grattaceli di Manhattan, l’ideale per scattare delle foto
ricordo. Sempre nella zona sud di Manhattan, sulla Pearl Street, si trova anche il
palazzo di Giustizia che con la sua imponente facciata domina la piazza
circostante.
Dopo quest’ultima visita, esausti decidiamo di tornare all’appartamento, non
prima però di una breve sosta a Greenwich Village. Greenwich è un quartiere che
si trova nel cuore di Manhattan, fatto di case basse, si può considerare uno
spartiacque tra la zona di Tribeca e del Financial District, in cui le streets
sono indicate da un nome, e la zona centrale di Manhattan da cui partono a
salire le streets numerate. Il passaggio dai grattaceli del Financial District, alle case basse di
Greenwich, si rispecchia anche nella differente popolazione che abita questo
quartiere. Qui la gente è per lo più di colore, molto cordiale e sorridente, e sembra
scandire la propria giornata con un ritmo completamente differente da quello dei
suoi concittadini di Wall Street, ritmo decisamente meno frenetico. Tra un
blocco e l’altro, a New York è così che si chiamano gli isolati, spesso trovi
campi da basket, pieni di ragazzi che giocano appassionanti partite, cercando di
imitare gli idoli del campionato professionistico. Dopo una breve passeggiata a Washington Square, dove è situato l’omonimo arco
in memoria del primo presidente americano, saliamo sul bus che ci riporta a
casa. Muoversi a New York con i mezzi pubblici è estremamente semplice (basti
sapere che le avenue si estendono da Nord a sud, e tagliano perpendicolarmente
le street che vanno da est ad ovest) sia che si scelga di utilizzare i bus, cui
unico difetto è l’aria condizionata spesso troppo forte, che la metropolitana,
ed entrambi i servizi funzionano ininterrottamente durante tutte le 24 ore. Il
giorno dopo, provati dalla lunga camminata della giornata precedente ci
concediamo un pò di relax a pochi passi da casa, a Central Park.
Il parco è il polmone di New York, ed occupa il cuore di Manhattan, dove si
estende dalla sessantesima alla centoventesima strada. Sempre molto frequentato,
tanto da turisti che da newyorkesi, da gente che fa footing, che gioca a
baseball o softball, o semplicemente fa una passeggiata, o da chi come noi
preferisce godersi un po’ di sole, e la splendida vista che contrappone al verde
del parco i grattaceli circostanti. Senza neanche accorgecene trascorriamo tutto
il pomeriggio nel parco, giunta la sera decidiamo di concederci la prima cena
fuori del viaggio. Mangiare fuori a New York è un esperienza unica, si possono assaporare le
specialità di qualsiasi paese del mondo, dalla cucina asiatica; giapponese,
cinese e thailandese a quella sud americana, passando naturalmente per quella
italiana e francese, o per i classici hamburger americani, per finire con le
cucine etniche indiane ed africane. Sebbene nei ristoranti si mangi molto bene, noi abbiamo provato prima la
cucina giapponese e poi quella messicana, entrambe ottime, sono anche piuttosto
cari. Una buona opzione per evitare di cucinare, e spendere poco è quella di
mangiare nei supermercati. In molti si trova, infatti, un vasto assortimento di
cibi cucinati in giornata, e si offre la possibilità di consumare il prodotto,
in un area attrezzata dello stesso supermercato, senza costi aggiuntivi.
Smaltite le sei ore di fuso orario, riusciamo finalmente a tirar tardi
abbastanza da uscire di sera.
Quello che colpisce di New York è che non vi è differenza tra il giorno e la
notte, tanto da divenire uno slogan della città. E così New York “La grande mela”, “Gotham City”, diventa anche “New York the
city that never sleeps” (New York la città che non dorme mai). La sera ritrovi
lo stesso traffico caotico che vi è di giorno, marciapiedi pieni di persone, e
negozi aperti fino a tarda notte. A piedi raggiungiamo Times Square, che con
suoi i cartelloni pubblicitari, i video che scorrono sulle facciate dei palazzi,
illumina il cielo soprastante, tante sono le luci che sembra di trovarsi
all’interno di un video-game. La città è sicura anche di notte, di frequente si incontrano ragazze che
girano da sole senza timori, sia a piedi che in metropolitana. L’autista di un
autobus, di origine italiana, ci ha raccontato come New York dal punto di vista
della sicurezza sia migliorata negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche
dell’ex sindaco Rudolf Giuliani. Beviamo un drink in un bar, dove un ragazzo si
esibisce dal vivo, con una chitarra, cantando canzoni country americane. La
mattina seguente prima di visitare il grattacielo del Rockfeller Center (di
proprietà dell’omonimo miliardario americano) decidiamo di salire a Nord e di
fare una passeggiata ad Harlem, quartiere notoriamente popolare, abitato
prevalentemente da persone di colore. La zona è poco frequentata da turisti, e probabilmente per questo motivo,
riceviamo un attenzione particolare, fatta di sguardi, dalle persone che
camminano sul nostro stesso marciapiede. Pur non venendo importunati da nessuno,
sentiamo di aver varcato un confine, ed effettivamente passeggiando per un paio
d’ore non incontriamo nessuno che non sia di colore. New York è anche questo,
una città fatta di villaggi, quello delle persone di colore di Harlem, degli
asiatici di Soho e Noho, degli irlandesi del Village, dei sudamericani di Inwood
ma anche degli italiani di Little Italy. Quasi una riproduzione in scala del
mondo, con tutte le sue contraddizioni, ma che ha anche saputo superare molti
pregiudizi, divenendo un simbolo se non di completa integrazione, almeno di
tolleranza e convivenza.
Dal 70esimo piano del Rockfeller Center si gode di una vista che toglie il
fiato! Verso Nord si erge uno dei più antichi, e dopo la caduta del World Trade
Center anche il più alto, grattacielo di New York: l’Empire State Building,
edificato nel 1931 e fino al 1973 il più alto del mondo, mentre in lontananza si
intravedono quelli della zona del Financial District. Sul lato Sud ci si
affaccia sul verde di Central Park, e guardando in lontanaza si vedeno i
district del Bronx e del Queens. Continuiamo la nostra visita con Staten Island e la Statua della Libertà.
All’isola si arriva con un traghetto che da Manhattan impiega poco più di un
quarto d’ora. Per salire sulla statua c’è una fila interminabile, che ci fa desistere, così
preferiamo scattare qualche foto della Statua, e dello splendido scenario di
Manhattan sullo sfondo. New York offre molto anche dal punto di vista dei musei,
dal Guggheneim, famoso soprattutto per la sua particolare architettura, al Moma,
museo d’arte moderna, a quello di storia naturale. Scartiamo il Guggheneim,
scegliendo di visitare quello di storia naturale, adatto soprattutto ai più
piccoli, e soprattutto il Moma, ricco di oggetti che hanno fatto la storia
recente, e di curiosità interessanti. Non distante dal Moma si trova la
cattedrale di San Patrick, anch’essa circondata dagli immancabili grattaceli di
New York, in cui l'antica cattedrale sembra specchiarsi. Dopo più di due settimane a Manhattan se pur presi dalle interminabili
attrazioni della città, cominciamo a sentire la necessità di lasciare l’isola
per una giornata. Cogliamo l’occasione e decidiamo di andare al mare. Il mare di New York è
Long Island, sicuramente meno famoso della East-Cost americana, ma anche qui non
mancano spiagge interminabili, onde e qualche ragazzo che si diverte a fare
surf. Senza neanche accorgercene ci rendiamo conto che la vacanza è finita, che
probabilmente nonostante il tempo trascorso non abbiamo ancora capito New York
fino in fondo, ma solo imparato a conoscerla, d’altronde ventitre giorni non
sono pochi ma neanche abbastanza, per quella che molti considerano, noi
compresi, la capitale del mondo. Andrea Tancredi
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