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Viaggio nell'infinita Mongolia
Non è facile , dopo tanti bei viaggi, entusiasmarsi come abbiamo fatto noi per una terra che nell’immaginazione comune (e in parte nella realtà) è solo un enorme deserto, popolato quasi esclusivamente da animali che pascolano liberi, dove talvolta si incontra qualche tenda di feltro. Non è solo questo la Mongolia ed io vi ho fatto un viaggio meraviglioso che ho voglia di raccontare, cercando di descrivere quel sentimento di appartenenza all’ambiente che ho visto e sentito da parte dei Mongoli incontrati e che è la più grande differenza
di Anna Maria Cartocci
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Quanto costa un viaggio in Mongolia |
| Moneta locale è il tigrik o MNT al cambio, 1 MNT = € 0,0005 La situazione della Mongolia è certamente di povertà, ma non manca l’ essenziale; non ho visto miseria nei pochi villaggi, forse in città le differenze sono più evidenti, poiché accanto a chi vive in moderni palazzi, c’è chi vive ancora nelle gher senza essere più pastore. Il costo della vita è molto basso, ma così sono anche le retribuzioni. Ho notato che la benzina in proporzione era cara, poiché in media costava soltanto 1/3 in meno che in Italia. Il costo iniziale del viaggio è stato di € 2.390,00 + € 60 per il visto + € 80 di cassa comune per extra (ingressi musei, bevande, mance, sovrattassa per eccedenza peso bagagli per volo interno ecc.) dei quali € 30,00 restituiti perché non spesi. In totale € 2.500,00. |
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Siamo un gruppo di 13 persone, non ci conosciamo, ma ci
accomuna l’aver scelto questo insolito viaggio con “Avventure nel mondo”. Con
alcuni ci incontriamo a Fiumicino gli altri, partiti da Milano, li conosceremo a
Seul, dove la nostra Compagnia la Korean Air, fa scalo.
Raggiungeremo dopo 23 ore scalo compreso, Ulaan Baator
la capitale, per iniziare il nostro viaggio alla scoperta della Mongolia.
All’arrivo ci guardiamo intorno incuriositi, ma non vediamo
molto perché sono quasi le 22, la strada per raggiungere il nostro Ayachyn
Hotel sembra troppo lunga ed abbiamo solo bisogno di dormire.

14 settembre 2010 -
Cominciamo col visitare il Monastero Gandantegchenling per immergerci
subito nell’atmosfera buddista, una delle due religioni presenti in Mongolia.
L’altra è l’islamismo, ma è presente solo nell’ Aymag
Bayan-Olgii dove vivono in prevalenza Kazaki. È anche diffuso lo sciamanismo,
spesso rappresentato dagli ovoo (mucchi di pietre e sciarpe votive azzurre
khadag) che si incontrano sulle cime delle colline. È una giornata grigia,
ma il Monastero ci accoglie coi suoi colori vivaci, i suoi riti ed i suoni
degli strani ed antichi strumenti.
Più tardi partiamo sui nostri UAZ, diretti a Middle Gobi.
Ci immergiamo nelle praterie sconfinate attraverso percorsi che non chiameremo
più strade. Sostiamo in una gher (tenda), dove ci offrono un tè mentre
preparano uno tusuivan (tagliolini con carne di montone) per le nostre
guide mongole; questa è ordinata ed accogliente con le sue panche dipinte e la
stufa al centro e ne usciamo portandoci via un forte senso di calore e
familiarità, pur senza aver scambiato una parola.
In serata raggiungiamo il Middle Gobi Camp un campo
turistico attrezzato con bagni e grande gher “ristorante” dove ceniamo con il
famoso montone bollito - ce ne saranno molti altri purtroppo - poi pernottiamo
in comode gher a due letti sotto spesse coperte imbottite, mentre fuori scende
una pioggia leggera.
15 settembre 2010 -
L’alba promette bene, la colazione è all’europea. Soddisfatti ci spostiamo al
Monastero Damba Dardaalin dove assistiamo ad
una cerimonia con canti di monaci buddisti, poi si riprende il
viaggio attraverso altipiani deserti circondati da alture: il panorama è
bellissimo e il sole splende!
Raggiungiamo un minuscolo villaggio con casette basse e
molti bambini, poi ancora deserto con timidi cespugli. Improvvisamente il
paesaggio si tinge di rosa e ci appaiono delle frastagliate colline rosse e
brune: è la “Valle dei dinosauri” di Bayanzag (dove si sono
trovati scheletri e uova di dinosauro) qui facciamo una breve sosta per qualche
foto, ma torneremo per completare la visita. Ci dirigiamo al campo
Gobi Tour per la seconda notte in gher.

16 settembre 2010 -
Partenza con il cielo velato, verso la yolyn valley o “bocca dell’avvoltoio”.
È una vallata al centro del Deserto del Gobi, percorsa da un corso d’acqua
ghiacciato quasi tutto l’anno. Visitiamo il piccolo museo che custodisce una
raccolta di ossa e uova di dinosauro, ma anche diverse specie di uccelli ed un
leopardo delle nevi imbalsamati. Più avanti troviamo il percorso da cui partire
per una piacevole passeggiata di circa 2 km che, seguendo il torrente, arriva
alla gola che dovrebbe essere piena di ghiaccio. Invece troviamo soltanto
qualche cavaliere solitario ed un intagliatore di legno che mi vende un
magnifico cucchiaio con testa di cavallo, (andrà ad arricchire la mia collezione
di mestoli). Da Yolyn Am scegliamo di fare
il percorso più avventuroso e divertente: entriamo nel letto di un torrentello
e, attraverso la Dugany Am, una strettissima gola in cui passiamo a stento,
proseguiamo sballottati sui ciottoli, fino ad incontrare la pista che ci
condurrà al nostro campo Gobiin Anar per la notte.

17 settembre 2010 -
Partenza per Khongoryn Els le dune più grandi della Mongolia o “dune che
cantano” per il suono che vi produce il vento. Le raggiungiamo dopo una
sosta presso un piccolo accampamento dove vivono un paio di famiglie molto
ospitali che allevano ed affittano i cammelli per raggiungere le dune, cosa che
alcuni di noi scelgono di fare.
Io proseguo a piedi e lo spettacolo aumenta ad ogni passo,
poi con una certa fatica raggiungo la cima da cui si domina la pianura
circostante: mi appare infinita ma non uniforme, i colori si sovrappongono ed
ogni piccolo rilievo assume sfumature diverse talvolta punteggiate da greggi
bianche, da mandrie scure o da chiazze verdi in prossimità di pozze d’acqua. Il tutto in un incredibile silenzio, rotto solo dal “canto”
del vento. Resterò a lungo ad ascoltarlo, stordita da tanta bellezza.

18 settembre 2010 –
Mattinata di sole pieno.
Partiamo per tornare verso l’accampamento
Gobi Tour. Lungo la strada visitiamo una
bellissima gher circondata da un grosso gregge di capre. Una donna molto dolce,
con il suo bambino in braccio, ci fa accomodare sui letti dipinti e tappezzati
di teli ricamati coloratissimi e ci offre dei dolci secchi tradizionali che
accompagna con larghi sorrisi (che non si spegneranno neanche quando verrà
bersagliata da 13 macchine fotografiche!) Ricambiamo con altrettanti sorrisi
sperando che la confusione della nostra presenza, potrà rallegrarle la
giornata. Sosta per pranzo al sacco a Bulgan un villaggio di poche case sparse e
tanti bambini.
Arriviamo al nostro campo dove, dopo una breve sosta, ci
avviamo a piedi alla Valle dei Dinosauri, circondata da una spettacolare
formazione di colline rosse. Qui, nel mezzo del deserto di Gobi, c’è il parco di
Gurvan Saikhan, il più grande giacimento di fossili di dinosauri, ma anche di
piccoli mammiferi, uccelli e rettili; la curiosità è data dal fatto che gli
scheletri sono stati “fissati” durante una particolare azione, come se un evento
eccezionale li abbia sorpresi (come i famosi “dinosauri combattenti” conservati
nel Museo di Ulaan Bataar). Non troveremo fossili, ma raccogliamo dei magnifici
sassi che appesantiranno il nostro bagaglio al ritorno.

19 settembre 2010 –
Stiamo lasciando il sud della Mongolia, per trasferirci verso il nord. Visitiamo il complesso di Ongiin Khiid comprendente due
Monasteri, Barlim e Khutagt, a suo tempo distrutti dal regime comunista ed oggi
in parte ricostruiti, separati dall’ansa del fiume Ongiin (lo attraversiamo
facilmente essendo in secca). La ghèr all’ingresso del tempio è un piccolo
museo di oggetti religiosi o decorativi qui ritrovati. L’atmosfera è aspra, ma
incantata. Trasferimento al Campo Saikhan Gobi per la notte: è in una splendida
posizione con vista sul fiume dove, al tramonto, vediamo abbeverarsi un gregge.
A cena, il solito montone ma più saporito (forse mi sto abituando) e qualche
bicchiere di vodka, poi scambi culturali canori italo-mongoli con la
proprietaria del campo: riceviamo l’immancabile richiesta di “Volare” e, con
nostra sorpresa, dei -qui amatissimi- “Ricchi e Poveri”, il CD in inglese dei
quali ci perseguiterà durante tutto il viaggio.

20 settembre 2010 – Partenza con cielo grigio e molto
freddo, lungo il percorso una leggera pioggia si trasforma in neve! Ci fermiamo
in un capanno per una zuppa calda, poi ripartiamo riscaldati, ma il cielo si è
già rasserenato.
Proseguiamo verso Kharakhorin per una visita al suo mercato
formato da container multicolori, molto caratteristico ed affollato; è
frequentato da una moltitudine colorata di persone con abbigliamenti differenti,
carretti, asini, bambini (un vecchio mangia una zuppa in piedi).
Nei dintorni c’è anche la “roccia fallica” dove sostiamo
perplessi, poi ci distraggono le bancarelle che vi sono disseminate; dopo
acquisti e foto, raggiungiamo il campo per la cena. La notte, nella gher, saremo
riscaldati da una stufa a legna molto apprezzata.

21 settembre 2010 – Torniamo a
Kharakhorin. Era l’antica
Karakorum fondata da Gengis Khan come base di approvvigionamento, poi divenne
capitale ed importante centro per il commercio che, dopo il crollo dell’impero
mongolo, fu abbandonata e poi distrutta.
Oggi è rimasto ben poco dell’antico splendore, ma si può
ancora ammirare l’Erdene Zuu Kiid (Cento tesori) che, nato sulle rovine di
Karakorum, fu il primo monastero buddista della Mongolia; ospitava un centinaio
di templi ed un migliaio di monaci. Fu parzialmente distrutto e molti monaci
furono deportati dal regime comunista, ma qualcosa gli abitanti riuscirono a
salvare nascondendolo nelle montagne vicine. Tutto il complesso è ancora
racchiuso da mura ornate di 108 stupa (numero sacro per i buddisti) e conserva
intatti i tre templi dedicati al ciclo della vita del Buddha: infanzia,
adolescenza ed età adulta.

Abbiamo
incontrato qualche turista, ma è frequentato soprattutto da mongoli. Oggi è un
luogo vivace perché è di nuovo abitato da numerosi giovani monaci, ma non riesce
ancora a rendere l’idea della maestosità del passato. Un tempo quattro tartarughe di pietra, simbolo di eternità,
poste ai punti cardinali, segnavano i confini della città: ne restano solo due.
All’esterno abbiamo avuto il primo incontro con le aquile,
che un intraprendente mongolo usa per foto ricordo. Lungo il percorso sostiamo
presso un sito arcaico, con tombe dell’età del bronzo formate da lastre in
pietra conficcate nel terreno, in un’atmosfera irreale, forse per la vastità del
territorio in cui si trovano. Proseguiamo verso il nostro nuovo campo, fra i
biondi larici che incorniciano un fiume, incontrando enormi yak al pascolo e
piccoli scoiattoli che scappano spaventati, al passaggio dei nostri
fuori-strada. Raggiungiamo il Taikhar gher Camp, da qui con una passeggiata fra
gli alberi, raggiungiamo la sorgente di acqua calda sulfurea
Bat Olzii dove
tentiamo di immergere i piedi, ma… saranno 40°!

22 settembre 2010 - Partiamo per raggiungere la “pietra
sacrificale” Taikhar chuluu, una formazione rocciosa in cima alla quale si trova
anche un ovoo. Molte leggende si raccontano su questo luogo, la più nota è
quella di un baatar (eroe) che uccise un grosso serpente scagliandogli contro
questa roccia. È meta di pellegrinaggio, anche se è molto faticoso raggiungere
la cima, fra sassi e radici.
La passeggiata dura almeno tre ore durante le quali ho più
volte pensato di fermarmi, ma i miei compagni di viaggio, gran camminatori,
partiti subito con impeto e senza ripensamenti, hanno acceso il mio orgoglio ed
anch’io ho proseguito arrivando sfinita dinanzi all’intreccio di nastri azzurri,
bandierine e sassi votivi, guadagnandomi così qualche indulgenza dalle divinità
locali. Nel pomeriggio ancora una passeggiata per raggiungere il
Monastero Tovkhon khild, appoggiato ad una roccia: piccolo, incompleto, ma in
posizione magnifica. Ritorniamo al Tsagaan Camp e, non ancora sfiniti, con mezzi
di fortuna, improvvisiamo una polentata con la farina portata da Bergamo da Gigi
ed i funghi secchi raccolti nelle Cinque Terre da Maria Teresa (ho dovuto
rinunciare al montone!)

23 settembre 2010 – Partenza per
Tseterleg-town. Facciamo
subito una sosta, per assistere alla mungitura degli yak. Un’esile donna
mongola, seduta su uno sgabellino poco stabile, con un grosso secchio tra le
mani, non ha mai smesso di mungere, sebbene sorridesse come una star ad ogni
scatto fotografico. Mentre eravamo accanto ai pastori, abbiamo visto arrivare al
galoppo una ventina di takhi (che significa spirito) i famosi e unici cavalli
selvaggi esistenti al mondo; la scena era bellissima, con i cavalli apparsi in
una nuvola di polvere, un po’ più piccoli dei cugini domestici, ma proporzionati
ed eleganti nel loro mantello biondo con la criniera, la coda e la parte bassa
delle zampe più scure. Abbiamo poi sostato in una gher dove, in segno di
amicizia, ci hanno offerto del liquore acidulo o “birra mongola” ricavato dalla
fermentazione del latte di cavalla ed una specie di panna solida, fatta con lo
stesso latte (qualcuno di noi ha apprezzato questa specialità, ma io sono
riuscita ad evitarlo). Ho invece ascoltato con interesse la traduzione dei loro
racconti fatta dalla nostra guida: qui gli animali da pascolo sono liberi, a
disposizione delle famiglie nomadi, per il tempo in cui si trattengono in un
territorio. Poi li lasciano, spostandosi con le gher in altri luoghi, dove
potranno trovare un altro gregge che darà loro il necessario per il tempo in cui
resteranno: non sembra la formula della felicità? Dopo una sosta alla water fall,
una cascata di tutto rispetto, in un canyon contornato da larici e con gli
immancabili ovoo arriviamo a Tseterleg Town dove visitiamo il Museo dell’aimag
Arkhangai un antico tempio buddista, salvatosi dalla distruzione staliniana
proprio perché adibito a museo. La sala principale mostra lo stile di vita
mongolo tradizionale con la ricostruzione di una gher e con i costumi e gli
oggetti di uso comune; la seconda i dedicata alle icone sacre, statue di Buddha
ecc. nelle altre ancora armi, utensili, strumenti musicali, quadri e foto di
interesse storico.

24 settembre 2010
– Partenza con sosta lungo il percorso,
alla suggestiva Gola di chuulut dove, scesi fin sulla riva assolata del fiume,
in un luogo bellissimo dai colori brillanti nei diversi toni del giallo e del
verde, con l’acqua argentata che saltava fra i sassi con rumore sommesso,
abbiamo assistito, non proprio in silenzio, alla pesca del salmone di alcuni
pazienti pescatori.
In questo quadro idilliaco la nostra presenza mi sembrava
stonata, e mi sono affrettata a risalire lungo il fianco della gola per guardare
il tutto dall’alto, ma improvvisamente soffia un vento impietoso, il cielo si
oscura, ed arriva una vera nevicata che imbianca le colline circostanti! Abbiamo
poi cercato, l’albero sacro Zuun Salaa Mod ricoperto di detriti, sciarpe di
preghiera ed ora anche di neve. Poi, senza più fermarci, ci dirigiamo al Badmaar
Camp dove, nella confortevole gher, col tepore della stufa, giocheremo a carte
aspettando la cena (che, inutile dirlo, sarà ancora montone)

25 settembre 2010 –
Al Parco Nazionale del Khorgo. Dal
villaggio di Tariat superiamo un traballante ponte in legno per raggiungere il
punto di partenza per un’escursione al vulcano Khorgo Uul che si raggiunge con
una passeggiata di 30 minuti da qui si vede anche l’azzurro molto gradevole del
lago Therkhiin Tsagaan Nuur.
Secondo la leggenda, questo lago si è formato perché una
coppia di anziani dimenticò di richiudere il pozzo da cui aveva attinto l’acqua:
la valle fu inondata fin quando un eroe, scagliando una freccia sulla cima della
vicina montagna, fece cadere la roccia sull’apertura del pozzo chiudendolo e
formando un’isola nel lago.
In realtà, è la conseguenza, molto evidente di un’eruzione
vulcanica, con colate laviche nere fra le quali spiccano larici gialli e
pascolano bianchi yak. Sostiamo in una gher di fronte al lago per una zuppa
calda e ci stupiamo di fronte ad una serie infinita di piramidi votive nere
create con pietre laviche, che si stagliano contro l’azzurro del lago: portiamo
il nostro contributo aggiungendone altre.

26 settembre 2010
– Oggi è il Uaz Day! Si prevedono 10 ore
di viaggio su strade sconnesse per raggiungere Uliastai.
Prima della partenza i nostri Uaz vengono “benedetti” con
latte di yak dai gestori del campo che sanno cosa dovremo affrontare!
L’unica consolazione è la bellezza del paesaggio che
presenta ancora tracce di neve sulle montagne intorno. Durante una sosta pranzo
vedo il primo gatto da quando siamo Mongolia! (ma dove li tengono?).
Arriviamo, tardi, ad Uliastai e c‘è un problema con
l’albergo (il migliore) che, non accettando prenotazioni, non ci ha riservato le
camere! (ma dove sono le nostre calde gher?).
Alla fine, stringendoci, riusciamo a trovare posto per
tutti, ma per la doccia c’è solo acqua fredda (ma dove sono le calde docce dei
nostri campi?). Cena in un vero ristorante con musica e… montone. Gli uomini del
gruppo fanno colpo su alcune ragazze mongole “moderne “e avvinazzate che li
trascinano nelle danze. Noi, donne inutili, li abbandoniamo al loro destino… ma
all’alba sapremo che abbiamo rischiato di perdere la cassa comune!

27 settembre 2010 - In giro per
Uliastai , in banca, al
mercato (anche questo fatto di container), all’ufficio postale, poi di nuovo
partenza verso i soliti, splendidi, panorami. Sostiamo in riva al fiume per il
pranzo al sacco e ci imbattiamo in una ragazza che va ad attingere l’acqua con
due secchi legati ad una pertica, la seguiamo per assistere, fotografando,
all’operazione. Tutto si svolge, come al solito, con grande disponibilità
ed allegria. Durante un’altra sosta, incontriamo un simpatico guardiano di
cavalli e yak che si sottopone pazientemente alle nostre foto ed infine ci
invita a montare sui suoi cavalli per altre foto! Lungo la strada, nelle
sconfinate praterie prima di arrivare nei pressi di Altai Town, dove
alloggeremo nel Campo Yung King Altai, incontriamo ancora dei takhi, i bei
cavalli selvaggi della Mongolia.
28 settembre 2010 – Torniamo ad Altai Town per comprare le
provviste al mercato, siamo carichi ed abbiamo uno Uaz in più, per contenere la
grossa tenda-ristorante ed il personale che cucinerà per noi nell’accampamento
formato dalle nostre tende (da montare, poiché in questa zona non ci sono campi
attrezzati di gher).
Proseguiamo, fra molti sobbalzi ed inversioni di marcia per
cercare il percorso migliore, in un panorama bellissimo, sostiamo per il pranzo
accanto ad una sorgente con grotta sacra, poi proseguiamo fino a raggiungere
delle dune dove stabiliamo di accamparci.
Dopo aver montato le nostre tende ci prepariamo a scalare
le dune, dietro le quali in lontananza, scopriremo il lago
Ereen nuur. I nostri
nuovi accompagnatori intanto hanno montato un’enorme tenda plastificata che
dovrà accoglierci tutti ( ora siamo in venti) attorno al tavolo ed hanno
allestito un’ottima cena con un fornello da campo!
La serata è fredda, ma la riscaldiamo con abbondante vodka.
Neanche il vento o la pioggia caduta durante la notte, ci impediranno di
dormire.
29 settembre 2010 – Dopo aver smontato il campo ripartiamo
e stavolta il viaggio sarà quasi sempre accompagnato dalla vista in lontananza
del lago circondato dalle dune di sabbia, alcune alte da sembrare montagne,
mentre noi proseguiamo su un deserto cespuglioso color ocra. Sostiamo al
piccolo villaggio Khoklemorit dove tanti bambini di una scuola materna in “pausa
bagno”, eccitati dalla insolita presenza, ci circondano festosi e non vogliono
lasciarci andar via; offriamo loro delle caramelle e subito, serissimi, per
prenderle si mettono in fila!
Ci fermiamo per il pieno di carburante presso una vecchia
cisterna ora adibita a stazione di servizio: il benzinaio, seduto all’interno
della stessa (perché non entrava in piedi) prendeva i soldi attraverso uno
sportellino, mentre il rifornimento self-service, avveniva attraverso una pompa
con erogatore che usciva all’ esterno.
Proseguiamo ancora fino a raggiungere il lago Dorgon nuur.
Qui ci accampiamo per la notte, mentre la nostra ottima cuoca mongola ci prepara
la cena. Alcuni di noi, più temerari, fanno persino il bagno nell’invitante
lago blu, e, scrollandosi le gocce ghiacciate dalle spalle, diranno poi che
l’acqua non era affatto fredda!
Dopo cena, “passatella” mongola con la vodka poi, al colmo
dell’allegria, i nostri ospiti ci organizzano una vera “balera” con luci
intermittenti e musica italiana (Pupo, Ricchi e Poveri, ecc) il tutto
proveniente dai nostri tre Uaz posizionati in circolo. Inutile aggiungere che
siamo stati praticamente “costretti” a ballare e cantare con loro quella che
credono essere la nostra musica!
30 settembre 2010 – Smontate le tende si riparte, andiamo
verso gli Altai la catena che si estende per oltre 600 chilometri di piccole
colline, cavità, laghi blu, ghiacciai, pareti a strapiombo e picchi di oltre
4000 m. Oggi costeggiamo, ancora e a lungo, un altro lago, soffermandoci a
fotografare cavalli al pascolo ed a “sconvolgere” la serenità domestica di una
giovane mamma in una gher per ammirare il suo neonato che - immobilizzato nella
stretta coperta a fiorami - dormiva tranquillo. Poco dopo, ad un incrocio, si
dividerà la nostra strada da quella degli amici cuochi i quali, con il loro
carico di tendone e stoviglie torneranno indietro. Sosta per il pranzo (al
sacco)che consumiamo seduti su una catasta di legna accanto ad una gher, mentre
le nostre guide e gli autisti mangiano una zuppa calda nell’annessa “trattoria”.
Sul tetto della gher noto delle calze in feltro ad asciugare e, a terra, anche
la forma in legno con la quale sono state fatte: sono le calze che indossano
dentro i larghi stivali mongoli! Proseguiamo attraversando un bel ponte di legno
e incantandoci davanti ad una grossa mandria di eleganti cammelli. Poi arriviamo
al nostro albergo a Khvod (con doccia calda stavolta).
1 Ottobre 2010 – Oggi lasciamo la città per la nostra
ultima tappa, Olgii. Ci accompagna un bel panorama, fra monti e laghi. Per il
pranzo degli autisti ci fermiamo, in modo un po’ circospetto, ad una gher di
kazaki temendo che l’accoglienza possa non essere la solita, essendo questi di
un’altra etnia; invece ci accolgono tutti con infinita cortesia e trascorriamo
con loro un’oretta attorno alla stufa, fra biscotti e sorrisi. Poi ripartiamo
senza più soste fino ad Olgii dove visitiamo - al buio - il piccolo museo, ci
accompagna una sorvegliante con torcia elettrica che ci illumina le bacheche e
molto velocemente ci mostra una panoramica della cultura kazaka.
Raggiungiamo le nostre gher al Bugat Village, a 4 km. dalla
città, proprio nella piana dove si svolgerà l’atteso
Eagle Festival, vero motivo
della scelta della data del viaggio all’ inizio dell’inverno mongolo. Ceniamo
con il solito menù, ma il dopocena è a sorpresa: ci raggiungono dei suonatori di
violino a “testa di cavallo” - che ha solo due corde - con il quale ci dimostrano
di poter suonare qualsiasi cosa.
2 ottobre 2010
- Arriviamo nella spianata a ridosso del
monte Tavan Bogd dove oggi ha inizio il Festival delle Aquile, in questo luogo
di selvaggia bellezza, illuminato da un sole quasi estivo, partiranno i
cavalieri kazaki. Li vediamo arrivare al galoppo, fieri nei loro vestiti
preziosi, con i grandi cappelli di pelliccia e, sul braccio destro ben
sollevato, la fedele aquila.
È lungo e difficilissimo addestrare le aquile, ed ogni
proprietario, giustamente orgoglioso di mostrare la propria agli spettatori, si
sottopone volentieri al tiro incrociato delle foto; ora possiamo anche
avvicinarci e addirittura accarezzare, questo splendido animale. La gara si
svolgerà con prove di abilità e velocità. L’atmosfera è bella e festosa, una
vera fiera, con musica, venditori di montone arrostito, venditrici di preziose
tovaglie multicolori e oggetti in feltro.
La merce è esposta su semplici teli allargati sul terreno
polveroso e, naturalmente, si acquista contrattando. Ci sarà una lunga cerimonia
di presentazione dei falconieri, con un’ impressionante sfilata degli stessi.
Poi, dopo una pausa per il pranzo, inizia il festival con una prova di abilità
di tutti i cavalieri, i quali dovranno raccogliere, in corsa, delle bandierine
da terra. Torniamo al Campo per la cena poi finiamo la serata ad Olgii per un
interessante concerto con strumenti mongoli e danze etniche, in una sala ampia e
comoda. Bello soprattutto il balletto ispirato alla caccia con l’aquila!
3 ottobre 2010
- Nella stessa, caotica e bella atmosfera di
ieri, ha inizio lo spettacolo: un cacciatore a cavallo trascina una pelle di
volpe legata ad una corda, che l’aquila (privata del cappuccio e lanciata dalle
alture) dovrà afferrare. A questo punto il cacciatore smonta da cavallo e va a
togliere, nel più breve tempo possibile, la pelle dagli artigli dell’aquila,
consegnandola alla giuria. Raramente l’aquila sbaglia o vola via libera nel
cielo, ma - comunque - torna sul braccio del suo addestratore.
C’è davvero un rapporto molto stretto fra questi e
l’aquila, infatti, essi trascorrono insieme molti anni, perché gli animali, che
vengono catturati nei loro nidi appena iniziano a volare, possono raggiungere 25
anni di età. Dopo la pausa per il pranzo, purtroppo, ci perdiamo gran parte di
una simpatica gara in cui le donne a cavallo, coi loro splendidi costumi,
inseguono e raggiungono i mariti per frustarli. Tutto lo spettacolo viene
accompagnato da esclamazioni di approvazione o disapprovazione da parte del
pubblico presente, formato da pochi turisti e soprattutto da Kazaki accorsi dai
villaggi vicini. Segue la gara in cui i cavalieri si contendono fino allo stremo
una pelle di volpe, alcuni finendo fra il pubblico, altri facendosi trascinare
dall’avversario ma mantenendo i piedi nelle staffe e stringendo le redini fra i
denti, senza mai cadere da cavallo! Si arriva infine all’ultima prova, quella
con gli animali veri (una volpe e poi un lupo) che potrà essere disputata
soltanto dai due cavalieri distintisi nelle gare precedenti.
Questa si svolge come quella con le pelli, i cacciatori
sulla montagna sfilano il cappuccio al rapace, che prende quota e, avvistando
immediatamente l’obiettivo, dopo qualche giro concentrico nell’aria, scende in
picchiata.
La preda viene artigliata e immobilizzata a terra: qui
entra in gioco il cavaliere che accorre e, con il braccio coperto dal pesante
guanto di pelle, dovrà velocemente togliere la preda, ancora viva, dagli artigli
dell’aquila. Il tutto si è svolto in pochi minuti, sia nel primo che nel secondo
caso, ed è stato - fortunatamente - seguito da una corsa sfrenata da parte degli
altri cacciatori i quali circondando aquila, cacciatore e preda ferita, mi hanno
impedito di vedere tutta la scena, forse troppo cruenta!
4 ottobre 2010 – Sveglia all’alba per recarci
all’aeroporto. Imbarco per il ritorno a Ulaan Baatar su un Fokker 50
traballante. Arrivo al nostro primo Hotel Ayanchin, sistemazione e poi un giro
nel centro di questa strana città.
Dall’aereo sembrava come tutte le altre : un reticolo di
strade e piazze intersecato da qualche arteria più grande, ma avvicinandoci ci
accorgiamo che quei puntini bianchi che apparivano tra le case, sono proprio
gher, le tradizionali tende dei nomadi mongoli! che si alternano ai normali
palazzi. Le prime costruzioni vere e proprie sono degli anni trenta, si devono
ai sovietici e sempre a loro si deve il nome Ulaan Baatar, che significa “eroe
rosso”. Lo scenario che ne è derivato è un misto di pomposità stalinista e
neoclassicismo un po’ teatrale, ma, trovarlo inserito nel paesaggio lunare della
steppa mongola è veramente sorprendente. Un esempio è l’enorme piazza, pensata
per le parate militari, dove sorge il bianco e mastodontico palazzo del Governo
con il monumento a Chinggis Khaan vicino al teatro dell’opera e di color
aragosta! Saliamo al tempio dell’amicizia, sulla collina di Zaisan da dove si
possono riconoscere i simboli della nuova mongolia: la statua d’oro del Buddha
Park, le innumerevoli gru dei palazzi in costruzione, i vari grattacieli in
vetro e cemento sparsi a caso nel tessuto urbano, ecc. A questo punto, le nostre
guide, che vogliono farci fare la conoscenza completa della città moderna, ci
offrono una meravigliosa cena occidentale nel miglior ristorante di Ulaan Baatar
il “Seoul”.
5 ottobre 2010 – Oggi visitiamo il Museo Nazionale di
Storia Mongola o “della rivoluzione” molto interessante con reperti dell’età
della pietra, collezione di costumi e gioielli dei vari gruppi etnici della
mongolia, vi è ricostruita una gher con mobili, utensili e strumenti
tradizionali; un intero piano è dedicato alle armature autentiche, del XII
secolo, infine vi è esposto l’enorme plastico dell’antica Karakorum, che
stentiamo a riconoscere, avendo appena visitato i suoi pochi resti.
Una pausa per bere un “vero” caffè poi, essendo il volto
umano della città un misto di occidente ed oriente, ci rechiamo a visitare il
Palazzo d’inverno di Bogd Khan, residenza
per vent’anni dell’ottavo Buddha vivente ed ultimo
re della Mongolia. Questo palazzo, molto bello in realtà e pieno di strani
cimeli, fu risparmiato dai russi e trasformato in museo, mentre il Palazzo
d’estate che sorgeva sulle rive del fiume Tuul Gol, fu completamente distrutto.
Essendo l’ultimo giorno di permanenza in Mongolia, ci
facciamo condurre in un grande magazzino del centro per cercare qualcosa di
caratteristico come souvenir, ma ne usciamo delusi. Fortunatamente i pochi ma
migliori acquisti, li abbiamo potuti fare, con pochi tigrik durante il tour nei
villaggi, dagli artigiani locali quasi tutti poco più che bambini, aiutando così
le loro famiglie.
Per finire, ancora una raffinata cena in un tipico
ristorante mongolo, poi… all’aeroporto, per un “sofferto” ritorno.
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