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Le jour de la gloire
Cronaca della Tirreno/Adriatico da Roma a Senigallia in bicicletta
di Giorgio Sala
Un gruppo di amici appassionati di bicicletta hanno affittato un furgone, guidato da un amico non pedalatore, lo hanno caricato delle loro cose ed anno inforcato le loro specialissime per un'avventura sognata da molti. Pedalare in libertà, per il solo gusto di pedalare tra amici da Roma a Senigallia in tre giorni. Di seguito diamo i dettagli tecnici e una cronaca appassionata dell'impresa compiuta.
Nelle tre giornate della Tirreno Adriatico 2000 si sono percorsi complessivamente 312 Km e si è pedalato per 12 ore e 19 minuti; ad una media oraria di 25,3 Km/h.
Prima
tappa:
Roma ( piazza Madama) - Trevi (Albegro della Torre): Km 153. Media oraria
25,7 km/h; tempo impiegato 5 ore e 55 .minuti.
Percorso: piazza Madama, Ara Pacis, stadio Olimpico, ponte Milvio, inizio
Flaminia, Prima Porta, stazione di Sacrofano, Castelnuovo di Porto, bivio
Morlupo, Rignano Flaminio, bivio S. Oreste, Civita Castellana, Magliano Sabina, Otricoli, Narni, Terni, bivio Rieti,
valico
della Somma, Spoleto, Campello sul Clitunno, Trevi, Albergo
della Torre.
Seconda tappa:
Trevi -
Coldellanoce: Km 102. Media oraria 23,5- km/h; tempo impiegato 4 ore e 18
minuti.
Percorso: Trevi,
bivio Matigge, Foligno, Spello, Assisi, Piano della Pieve, S. Presto,
Osteria
di Morano, Gualdo Tadino, Osteria del Gatto, Fossato di Vico, Purello,
Borghetto, Sigillo, Costacciaro ,Villa col de' Canali, Scheggia, Isola Fossara,
Gaville, Coldellanoce.
Terza tappa:
Coldellanoce -
Senigallia: Km 57. Media oraria 26,9 Km/h; tempo impiegato 2 ore e 26 minuti.
Percorso: Coldellanoce,
Sassoferrato, Filipponi, Arcèvia, Montale, Pongelli,
Pianello, Casine, Bettolelle, Vallone, Senigallia.
Noterelle sparse
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Nei tre giorni di pedalata gli atleti hanno consumato, in corsa, 45 litri di acqua minerale, senza contare i rifornimenti che ognuno di loro ha eseguito singolarmente nelle varie “fontanelle” e preparando direttamente a casa le prime due borracce. Si tratta perciò di circa 3 litri a testa in media nei primi due giorni e circa ½ litro nell’ultima giornata. Non si tratta ovviamente dei liquidi giornalieri ingurgitati perché occorre aggiungere l’acqua e soprattutto il vino e i liquorini che i nostri eroi non si facevano mancare sia a pranzo che a cena. Non siamo lontani dal vero se diciamo che, almeno nelle prime due giornate, molto calde per la verità, ognuno di loro abbia assunto circa 5 litri di liquidi “vari”. | |
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Sono state consumate nella corsa: 130 merendine; 32 Tetrabrik di carboidrati liquidi; 50 "ucellucci" (dolce tipico abruzzese offertoci dalla signora Di Iulio); 2 confezioni da due chili l'una di carboidrati in polvere; 50 banane; 60 panini al prosciutto; 15 panini marmellata e miele; svariati chili di parmigiano reggiano e di culatello. | |
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Sulle sudate strade della tre giorni della Tirreno/Adriatico, la carovana faticava e soffriva, ma sempre aveva accanto a sé gli "angeli custodi" che vegliavano e amorevolmente la sostenevano. Si tratta dei ciclisti che, per varie ragioni, non avevano potuto essere della partita, ma che seguivano trepidanti e momento per momento, telefonicamente, l'esito dell'impresa. |
I preparativi
Il momento della partenza era finalmente arrivato.
Quella prima giornata settembrina si annunciava splendida. Cielo limpidissimo,
il sole, appena sorto, veniva accolto da un’arietta tesa e frizzante. Gli
animi dei corridori erano altrettanto tesi e, in più, preoccupati. Tutti
avevano trascorso le ore della vigilia, fino a notte fonda, a intrugliare con
sostanze di natura sconosciuta e molto sospetta. I mezzi meccanici, tirati a
lucido e pronti per essere cavalcati e, soprattutto, modificati nelle parti
essenziali in vista delle diverse e varie difficoltà disseminate lungo il
percorso.
Da varie zone della Città eterna e del contado, i girini si davano appuntamento in Piazza Madama per le operazioni di punzonatura, circondati dalla curiosità generale e da molta invidia, tanto che pareva di poterla tagliare a fette. Si carica il furgone di appoggio, sul quale prendono posto il Direttore tecnico, il fotografo e l’operatore accreditati.
Passano veloci i minuti che precedono il via e la tensione sale. Tra uno sferragliare di telai e ruote si distribuiscono le bevande e i cibi necessari alla prima parte della tappa. Le tasche posteriori dei pedalatori sono rigonfie fino all’inverosimile. I pochi, assonnati passanti e i pellegrini che incrociano per quei paraggi scambiano quei preparativi per l’avvio di una spedizione himalaiana, dove mancano solo gli sherpa.
La foto di rito davanti all’ingresso del Senato e poi, con una puntualità che fa invidia ai treni delle FF. SS., il via ufficiale fischiato da un rappresentante del Comune, alla presenza di una qualificata rappresentanza di vigili urbani schierati in alta uniforme.
Si fa sul serio
L’attraversamento della città, tra il traffico con i suoi miasmi, i suoi rumori e la sua caoticità, è presto dimenticato quando si imbocca la via Flaminia e si dà fuoco alle polveri. Il ritmo è subito elevato perché ci aspettano circa 160 chilometri di pedalata e, dopo Terni, il valico della Somma.
Le raccomandazioni che sempre si scambiano i corridori prima, durante e dopo la gara vengono puntualmente disattese. “Andatura regolare; stiamo sulla destra e in fila indiana; non accelerate davanti, perché non tutti hanno lo stesso grado di allenamento; non procedete a strappi; ecc.” Nessuno se ne cura più di tanto, perché ognuno, all’interno del gruppo, ha un suo avversario ed è contro di questi che imposta tutta la corsa per rendere più efficace lo sfottò a fine gara.
Nel primo tratto di strada la media è elevatissima e il gruppo procede quasi sempre compatto, perché le difficoltà del percorso sono quasi inesistenti. Si attraversano il bivio per Sacrofano, quello per Riano, la stazione di Morlupo, Rignano Flaminio e al bivio di S. Oreste, si aggrega al gruppo un ciclista in muontain bike, dall’aspetto zingaresco che ci scorta per un tratto di strada, prima di cedere di schianto, non potendo reggere il ritmo e la velocità davvero notevoli.
Doppiata Civita Castellana la strada presenta delle “gobbe” più consistenti che contribuiscono a sgranare visibilmente il gruppo. A Magliano Sabina si formano due o tre tronconi che arrivano alla spicciolata fino alla prima asperità della giornata, che coincide con il primo rifornimento: Otricoli.
Il fotografo e l’operatore si sfogano nell’immortalare la fatica dei concorrenti, molti dei quali sono già sfatti, e pensano al ritiro salendo sul carro “scopa”, ma vengono dissuasi dalla sanzione prevista in questi casi: un timbro a fuoco sulla guancia con la scritta “R”.
Inizia il "Calvario"
Il direttore tecnico, sadicamente, aveva fermato il furgone prima della salita contrassegnata sulla carta stradale con ben due freccette. La ripartenza, dopo la sosta nella quale si consumò una quantità industriale di banane, barrette, glucosio, panini al prosciutto, pollo, cosciotti d’abbacchio, pagnottoni a peso, pecorino con la lacrima e liquidi delle più varie specie e colorazioni, fu un vero tormento per quasi tutti i concorrenti. I muscoli ormai freddi venivano trapassati da vere e proprie “rasoiate” ad ogni pedalata, tuttavia si riuscì a riprendere un discreto ritmo su quella strada molto “vallonata” fino a Narni scalo, per raggiungere la quale si dovette superare una ulteriore discreta difficoltà, che, inutile dirlo, sgranò ulteriormente il gruppo.
Fino a Terni non ci furono intoppi e meritato fu il caffè. I chilometri cominciavano a farsi sentire nel soprassella e nelle gambe e di lì a poco si sarebbe affrontato il valico della Somma che nell’immaginario collettivo dei girini, costituiva un grande spauracchio. Al momento della sosta le telefonate si intrecciavano. Chi salutava la famiglia pregandola di essere ricordato con benevolenza, chi chiedeva consigli a misteriosi personaggi come maghi e fattucchiere. La Somma si alzava all’orizzonte come un altare azteco per sacrifici umani. Con una grande stretta al cuore si iniziava l’ascesa lunga circa 12 chilometri.
La Somma fa la differenza
Attraversato Terni, su un collegamento viario di 15 metri in leggera salita, alcuni atleti già si staccavano e il gruppo si sgranava all’inizio, proprio all’imbocco della via Flaminia. Chi procedeva con il 53 naturalmente sopravanzava gli altri, tanto più che non era possibile, con quei rapporti, diminuire il ritmo della pedalata. Chi procedeva con il 39 perdeva metro su metro rispetto ai primi, tanto che, alla fine della salita, i distacchi erano consistenti.
Dal
bivio per Rieti la strada, come un boa infinito, disegnava le sue spire. Due
concorrenti s’involavano senza forzare, ma con passo regolare e macinando un
53/18 alternato ad un 53/20. Il resto del gruppo si disponeva in fila indiana.
Il Presidente, partito dalle retrovie, riprendeva ad uno ad uno, con ritmo
implacabile, tutti i girini e giungeva primo in cima, seguito, a poca distanza,
da Oreste, subito dopo, da Giorgio. Il resto dei pedalatori
giungeva distanziato
con intervalli tra i due e tre minuti uno dall’altro, nel seguente ordine
(immortalato dalle riprese televisive): Gustavo, Paolo, Matteo, Ferdinando e
Marco. Per ognuno di loro l’aver raggiunto la vetta costituiva una vittoria,
non solo della giornata ma di tutta la corsa, di tutta questa galera di corsa,
di tutta questa fatica da forzati della Caienna.
Alla
fine però, quando la mente si fu snebbiata, la salita non è stata giudicata
“impossibile”, anzi i timori della vigilia si dimostrarono quasi del tutto
infondati, ma dopo circa 120 chilometri la fatica si faceva comunque sentire. La
strada era tutta sotto il sole, a quell’ora piuttosto caldo e il vento era
molto fastidioso e, inutile dirlo, contrario alla marcia dei corridori. La
larghezza della strada consentiva al traffico automobilistico di sfrecciare
“veloce” e quindi fastidioso alla marcia delle bici.
Spoleto ci attende
Dopo i soliti commenti, i battibecchi sarcastici, ma sempre amichevoli, i nostri eroi (possiamo già chiamarli così) si infilavano le mantelline e giù a capofitto per la veloce discesa fino a Spoleto, che li accoglieva a braccia aperte come una bella donna languida e disponibile. L’occasione per una piccola deviazione di carattere culturale e turistico é troppo ghiotta per non essere colta.
Si lascia la strada consolare e ci si inerpica per gli stretti e affascinanti vicoli spoletini carichi di storia e di cultura. Il Teatro romano, accanto al quale zampilla una fonte di acqua freschissima, l’arco di Druso, la massiccia mole della Rocca di Albornoz , l’eleganza romanica del celebre Duomo con la sua maestosa facciata. Questa deviazione, che presentava le sue difficoltà ciclistiche, lasciava nel gruppo qualche scontentezza, ma ne valeva pur sempre la pena.
Usciti dalla cittadina, all’altezza della basilica paleocristiana di S. Salvatore, si riprende la Flaminia e si riparte, come al solito controvento. Si raccolgono le forze residue con i chilometri nelle gambe che si accumulano, assieme ad enormi quantità di acido lattico. Si transita nell’ordine dal bivio per S. Anatolia di Narco e Campello sul Clitunno con le sue celebri fonti. Ultimi scatti con la sola forza di volontà e la selezione del gruppo diventa naturale. Prevale tuttavia la volontà di giungere insieme al primo e, psicologicamente importante, traguardo: quello di Trevi. Anzi l’albergo della Torre che si trova precisamente qualche chilometro dopo Trevi e la sofferenza non ha mai fine. Finalmente l’arrivo!
“Stiamo scrivendo la storia; non credevo che ce l’avremmo fatta; e così via”. I commenti a fine gara si accavallano e man mano la tensione che aveva percorso il gruppo per tutta la giornata si scioglie e lascia il posto a un’indicibile felicità per la bella impresa compiuta: 154 chilometri alla media di 26,5 km/h
L’albergo della Torre
Le
spalle dolenti, i muscoli legnosi e doloranti, la stanchezza disegnata sui
volti, pur sorridenti dei ciclisti, erano tutte sensazioni che si sarebbero di lì
a poco almeno attenuate, dopo una corroborante doccia. Naturalmente per chi
riuscirà a farla, perché un guasto tecnico (forse provocato a bella posta da
Oreste per innervosire la sua vittima designata per i giorni successivi) impedirà
per lungo tempo a Matteo di ricaricarsi. In compenso Armando, il Direttore
tecnico disfatto dalla fatica, era il primo ad addormentarsi come un sasso,
gettandosi vestito sul letto. A vegliare, sul suo riposo prezioso, Paolo e
Serafino deliziati dal concerto in Re maggiore per sola voce recitante.
Appena giunti, la Reception comunicava
che non era disponibile alcun locale per custodire, in modo sicuro, le preziose
biciclette, oggetto delle prime e amorevoli cure appena finita la tappa. Senza
perdersi d'animo e senza proferire alcun motto ogni ciclista portava in camera,
poggiandola amorevolmente a fianco del letto, l'amata specialissima.
Il rilassamento dei girini veniva disturbato dal comportamento da mosca
tzè tzè attuato da Oreste, che si apprestava a telefonare in tutte le
stanze con cadenza di trenta secondi tra una telefonata e un'altra. La serata
era comunque tutta per loro, per il loro trionfo.
Ore 17,30, come da programma rigorosamente rispettato, il Direttore tecnico
svegliato e portato di peso, a braccia, sul furgone, ci guidava con piglio
sicuro verso l'appuntamento con il nostro ospite della serata, a Trevi.
Riunitosi, il gruppo intrecciava fittamente i commenti, le punzecchiature, le
sfide lanciate per il giorno dopo e le risate corali per le battute che
fioccavano a grappoli.
Ascesa a Trevi
Da Trevi si gode un panorama incomparabile sulla valle spoletina. Sulla piazza del paese, sferzata da un vento polare per intensità e per temperatura, uno strano e imprevisto incontro. Matteo, molto nervoso e non per le punzecchiature di Oreste, si agita come un leone in gabbia, fin che sfoga i suoi sentimenti con una domanda a lungo covata nel petto. La risposta è un invito ad una "singolar tenzone", per rimanere nel clima che si respirava nel paese, pronto per le rievocazioni delle antiche tradizioni medioevali. Tutto si concludeva con una stretta di mano, una riconciliazione e le solite risate distensive.
Nell’attesa i corridori continuano a dividersi con i loro commenti tecnici della gara. “Tu non hai mai tirato; sei tu un succhiaruote;tiri solo quando vedi la telecamera; risparmia le energie che in salita ti stacco (ammonimento puntualmente smentito dai fatti); su quello strappetto ti ho passato con facilità e non mi hai tenuto la ruota; tu non vai nemmeno con le cannonate; in discesa corrono anche le zucche; sulla salita sei andato in bambola; tu sei vecchio; tu sei giovane; tu sei grasso; tu sei magro"; e così via. Non c’è animosità ma solo voglia di sfottò, il gusto della battuta, il poter ridere cordialmente anche di noi stessi. C’è anche, in parte, una piccola quantità d’orgoglio e una piccola presa di puntiglio e un pizzico di ambizione e uno spolvero di rivalità. Anche questo fa parte del gioco.
Il Castello, la sorpresa
D’un tratto dall’alto della piazza, da un oscuro vicolo, quasi sospinto da una luce proveniente dal fondo che ne inonda la persona e accompagnato da squilli di trombe e una musica celestiale, ecco comparire, come per incanto, circonfuso di luce irreale il Conte Massimo.
Ci raggiunge, affabile e cortese per accompagnarci, per le strade e i vicoli del grazioso paese pieno di suggestioni, a scoprire scorci medievali e panorami mozzafiato. La visita viene resa ancor più misteriosa dal vento impetuoso che sferza gli atleti ormai mezzo assiderati.
Dopo un graditissimo giro turistico e panoramico che, permettendo di muovere le gambe aiuta a sciogliere l’acido lattico accumulato in abbondanza, ci si inoltra per un tortuoso vicolo oscuro, ingombro di impalcature, retaggio del recente terremoto che ha sconvolto quella parte di regione. Il nostro anfitrione ci indica allora il portone d’ingresso della sua dimora, all’apparenza esterna simile a moltissime altre, quando ci troviamo, del tutto imprevedibilmente, di fronte a una sconvolgente sorpresa. La porta si apre con lentezza grave, quasi consapevole di svelare ad occhi ignari un tesoro inaspettato. Veniamo inondati da una luce abbagliante e la vista si riempie di ampi spazi inimmaginabili, di marmi, di scaloni, di statue e busti di marmo, di ritratti di papi e di re, tappeti, broccati e damaschi. Dal gruppo impietrito, che smette improvviso il cicaleccio che lo sovrastava, esce all’unisono, ma sommesso, un “oooh!” pieno di meraviglia.
Conosciuta la contessa Piera e riavutisi dall’iniziale smarrimento si visita ... ormai possiamo dirlo: il Castello. Dalle cucine, dominio incontrastato del Conte Massimo, che in quel luogo assume il titolo di Principe, si passa a visitare il resto della dimora patrizia, con le sue innumerevoli stanze arredate con ricercatezza e splendenti in ogni minimo particolare.
Le sorprese non erano tuttavia concluse. Ci attendeva la più inattesa. Percorsa la scalinata centrale, invitati a prendere un aperitivo, si accedeva per una porta dipinta in un salone dalle proporzioni maestose. Quello che più colpiva non era tanto la superficie immensa, né l’altezza considerevole del soffitto, quanto la stupefacente parete di fondo composta da quattro finestroni ad arco che accompagnavano lo sguardo verso la tranquilla, armoniosa e appagante pianura di Spoleto, inondata a quell’ora, dai caldi colori pastello di uno spettacolare tramonto settembrino. Da quello splendido salone di rappresentanza si domina tutta la valle spoletina, dalla Rocca di Albornoz , a Montefalco, dalla collina che “copre” la vista di Perugia (“quei colli che a Trevi, Perugia veder non fanno”), a Foligno, da Spello ad Assisi.
Come spesso accade in simili frangenti si resta confusi (a parte la mancanza di lucidità indotta in molti atleti dallo sforzo profuso nel pedalare in quella giornata) e quando qualcuno, vinto dalla stanchezza, fà per sedersi su uno degli innumerevoli divani tappezzati di damasco, sparsi nel salone, viene fatto immediatamente rialzare dagli altri atleti, quasi strattonato, come di persona che, in un museo, dove pure esistono le catenelle per impedire di danneggiare gli arredi, in sprezzo alle regole, voglia sedere lo stesso. Non visto dai nostri ospiti, Serafino che aveva osato tanto, viene guardato con occhi di disapprovazione e di biasimo da tutto il gruppo che poi verrà invitato a sedersi su quegli stessi divani che, fino a poco prima, sembravano essere solo oggetto di ammirazione sconfinata e stupefatta.
La cena del Belli
Passato il primo momento di imbarazzo e di confusione dovuto forse anche al disagio di essere arrivati a quell’appuntamento in abbigliamenti non certo consoni al luogo, calzoncini corti, tute e scarpe da ginnastica, e quant’altro, l’atmosfera si fa allegra e vivace, specie dopo i primi bicchieri dell’ottimo champagne, proveniente dalle grotte dove il Conte Massimo conserva un tesoro enologico di tutto rispetto. Sbafati con voracità tutti gli stuzzichini, che da soli valevano circa mezza cena, si ridiscendono le ricche scalinate e si entra nel salone da pranzo con la tavola apparecchiata per undici commensali. Tovaglia di Fiandra, bicchieri di cristallo, piatti di porcellana e posate fini immersi in un tripudio di fiori. Del resto di fiori e piante il Castello era ricchissimo.
Il Conte Massimo si assenta per pochi istanti per ricomparire con le prime tartine al tartufo. Da quel momento inizia per i nostri eroi un impegno culinario che viene affrontato con lo stesso impegno con il quale si affronta una tappa e, certamente, una tappa impegnativa. Andiamo per ordine: crostini al tartufo e alle rigaglie e tartufo, prosciutto speciale e carciofini “caserecci”, tortina con spinaci e formaggio e tortina con zucca e salsiccia. Due primi: risotto ai funghi porcini e tartufi, pennette con sugo dell’orto. Due secondi: maialino e galantina di pollo tartufata accompagnati da contorni di funghi trifolati e melanzane al funghetto. Gelato con squaglio di cioccolato e fragole accompagnato dal vin santo. Il tutto annaffiato da vini prelibati: dallo champagne al Regaleali, di un’annata straordinaria, per passare attraverso infinite gradazioni di bianchi e rosè. Caffè e una quantità e qualità di liquori da rimanerne sopraffatti. Più che un pranzo per ciclisti sembrava un “Pranzo de le Minente” di belliana memoria. Rinfreschiamola questa memoria:
ER PRANZO DE LE MINENTE
Mo senti er pranzo mio. Riso e piselli,
allesso de vaccina e gallinaccio,
garofolato, trippa, stufataccio
e un spido de sarcicce e feghetelli.Poi fritto de carciofoli e granelli,
certi gnocchi da facce er peccataccio,
‘na pizza aricresciuta de lo spaccio
e un aggredorce de cignale e ucelli.Ce furno peperoni sott’aceto
salame, mortadella e caciofiore,
vino de tuttopasto e vin d’Orvieto.Eppoi risorio der perfett’amore,
caffè e ciammelle: e t’ho lassato arreto
certe radice da slargatte er core.Be’, che importò er trattore?
Cor vitturino che magnò co noi,
manco un quartin per omo: e che ce vòi?
Molti commensali accusavano la fatica grande di avere sulle spalle più di 150 chilometri e, ora, una cena, ancorchè sublime, tuttavia estremamente impegnativa. Gli sguardi erano persi nel vuoto, gli occhi completamente arrossati bruciavano a ogni calar di palpebra, le teste ciondolanti. Molti resistevano per educazione o solo per la forza dei nervi, che impediva alle teste pesantissime di precipitare fragorosamente sulla tavola, vista ormai come un orribile strumento di raffinate torture medievali che si materializzavano in immagini che passavano veloci davanti agli occhi degli atleti come frammenti di filmati. Il contrasto, tra la prelibatezza dei cibi, magistralmente confezionati e la spossatezza che attanagliava i girini a fine pasto, era simile alla sensazione che prova il ciclista che ha appena compiuto la scalata di una montagna (come il Terminillo o il Gran Sasso) e, dopo aver speso fino all’ultima energia, giunga in cima stremato ma, al contempo, felice per l’impresa compiuta.
Aperta la porta del Castello, dopo i ringraziamenti non formali e i ringraziamenti di cuore rivolti ai nostri gentilissimi ospiti, la fresca aria della sera infondeva un soffio di vita nell’animo spossato dei ciclisti e soprattutto del Direttore tecnico, il più provato di tutti, perché con grande generosità assimilava per simpatia, somatizzandole tutte, le fatiche dei suoi atleti.
Stravolti dal complesso degli avvenimenti della giornata, gambe legnose, stomaci gonfi, doloranti e dilatati oltre misura, i pedalatori salirono sul furgone somiglianti ai muratori che tornano alle loro case nel frusinate stanchi, con le facce appiccicate ai vetri dei pulmini.
Giunti in Albergo, come automi, i corridori guadagnavano le loro stanze e s’addormentavano di sasso, chi sul letto vestito, chi in bagno con lo spazzolino in mano, chi sul tappetino, ai piedi del letto. Il più provato di tutti ha dormito tutta la notte in ascensore andando su e giù ad ogni chiamata. Non tutti riuscivano tuttavia a dormire perché, per problemi tecnici, nella stanza a tre letti uno riusciva a dormire beatamente, mentre gli altri due passavano la notte a raccogliere i soprammobili che cadevano sotto i colpi inesorabili della “segheria”, in funzione lì nei pressi. “Pareva il passaggio continuo del treno” era la sconsolata dichiarazione dei poveretti la mattina dopo.
Assisi, città della Pace
Tutti attendevano la sveglia promessa da Oreste, in un raro momento di lucidità, la sera precedente. Anche il Direttore tecnico, prima di crollare definitivamente aveva tuonato: “Non vi preoccupate che domattina vi faccio alzare io, alle otto in punto”. Nessuno si fece vivo. Gli atleti, alla spicciolata, si apprestarono a fare un’abbondante colazione nel ristorante dell’hotel, dopo quella “segreta” già fatta in camera, dove gli alambicchi erano ancora fumanti, le bustine nascoste e le borracce avevano già cambiato colore. Guardandosi in viso reciprocamente ognuno scopre sul volto degli altri i segni inequivocabili della giornata precedente: viso gonfio, occhi abbottati, colorito giallastro, bocca impastata, alito pesantissimo e gambe legnosissime.
Tutti erano ormai pronti, ma del Direttore tecnico neanche l’ombra.
Sbrigate le formalità, riempito il furgone dei bagagli, si portano da basso, per ultime, le specialissime e si attende l’arrivo del Conte Massimo e dei suoi amici ciclisti che, insieme, ci scorteranno per un primo tratto di strada, fino ad Assisi. Alle nove meno cinque minuti arrivano finalmente il Direttore tecnico, il fotografo e l’operatore per le riprese di rito e via per la seconda tappa.
Fino ad Assisi un’oretta di pedalata in scioltezza su una strada liscia come un biliardo. È la fortuna dei pedalatori perché il vento, sempre forte, è sempre contrario alla marcia del gruppo. In quella splendida giornata il colpo d’occhio è davvero ragguardevole. Dodici atleti nel verde della valle spoletina, con le loro maglie multicolori, sembrano fiori allegri, ondeggianti nei prati mossi dalla brezza del mattino. La sorpresa e l’entusiasmo della gente al passaggio del gruppo sono sinceri e i sorrisi e i saluti con la mano sembrano segni di pace e di liberazione dai pensieri.
Si passa per Foligno e, sulla destra, si lascia Spello in splendida posizione. S’intravede Assisi e la strada inizia a salire, inutile dire che Oreste, il quale aveva lasciato il 53/11 dal giorno prima, non poteva diminuire troppo il ritmo e così si involava per i dolci tornanti creando selezione nel gruppo. Come al solito i più forti e preparati davanti, gli altri dietro. Giunti in cima le solite recriminazioni, le solite accuse, i soliti sfottò.
Assisi ci accolse quasi sorridendo tanto era bella la giornata di festa. Le strade piene di gente contenta che ammirava soddisfatta la splendida città simbolo della Pace. Anche noi ciclisti in braghette, con le gambe pelose, i caschi, gli occhiali, le divise, che ci facevano assomigliare ai moderni paladini della Pace, ci mescolavamo alla folla, fin dentro alla chiesa del Santo, appena restaurata dopo la tragedia del terremoto, ad ammirare il celebre ciclo degli affreschi di Giotto. Si tratta di 28 riquadri raffiguranti gli episodi della vita di San Francesco, che Giotto cominciò a dipingere nel 1296, affermandovi, per la prima volta e pienamente, nella concisione drammatica delle scene e nella potenza plastica del modellato delle figure, la straordinaria novità della sua arte. Una visione conturbante che da sola valeva i tre giorni della gita.
La "Patatona"
Tornando tra i mortali, la cronaca propone il caffè nella piazza del Comune, dove inizia l’affondo di Oreste nei confronti di Matteo, e tra i due si iniziava a stabilire un perverso rapporto di dipendenza, come tra vittima e carnefice.
“Ha già preso il caffè Matteo ?”, fa Oreste rivolto alla più che graziosa barista. “Non conosco Matteo”, ribatte la giovane. Per Oreste è come tirare un calcio di rigore. “Allora glielo presento io”, conclude Oreste. Questo, a un di presso, è stato il leit motiv del resto della gita, con un crescendo rossiniano di punzecchiature che hanno rasentato l’asfissia. Il tutto era giustificato dal desiderio di trovare una moglie al povero Matteo, unico scapolo della compagnia, che, frastornato dalle numerose presenze femminili, per non confondersi appella tutte "Patatona".
È ora di ritornare a pedalare dopo aver calorosamente salutato il Conte Massimo e i suoi gentili amici ciclisti. Pedalare naturalmente in salita, tanto per cambiare e, tanto per cambiare, Oreste va in testa perché non può calare il ritmo col suo rapporto fisso: 53/11.
Lasciamo Assisi. La strada (N. 444) che ci porterà a Gualdo Tadino è bellissima e ci mostra dei panorami spettacolari e degli scenari naturali incantevoli. Prima, in un concerto di usignoli, colline dolci di campi a maggese e viti mosse dal vento. Poi il bosco: pini, querce, ornelli. E la strada erta come una scala. La strada che sale tortuosa sgrana il gruppo. Si passa Ponte Grande, S. Presto e si giunge a quota 800 metri s.l.m. per un’altra sosta con foto caffè e, purtroppo, mancando la chiave del bagno il gruppo è costretto a servirsi dell’orto. La sosta è lunga perché siamo a circa metà del percorso e il rifornimento è sostanzioso. Inutile dire che appena il gruppo è riunito la discussione interna si fa vieppiù accalorata, sugli stessi identici temi di sempre. Tutto scompare quando, inforcate le specialissime, i nostri baldi atleti, osservati con occhi sempre più di ammirazione dal Direttore tecnico, piuttosto scettico alla vigilia sulla tenuta atletica dei ciclisti, si gettano a capofitto nella lunga discesa che porta a Gualdo Tadino, transitando per il bivio per Montecchio, l’Osteria di Morano il bivio Rigali per riprendere nuovamente la Flaminia.
L’Abazia del Presidente
Si prosegue, controvento è inutile dirlo, per un lungo tratto molto vallonato ma molto suggestivo. I soliti noti spezzano l’armonia del gruppo, forzando l’andatura, procedendo a strappi invece che con cadenza regolare come cerca di impostare il Presidente, sempre generoso e lungimirante. Comunque si va, tra mugugni e soste per la ricerca dell’albero adatto ad una sana pipì. La ricerca dell’albero è necessaria, perché se questi è troppo giovane non potrebbe sopportare le sostanze corrosive rilasciate dal ciclista sotto sforzo e che ha ingurgitato chissà cosa, anche se spesso i risultati atletici sono assai scarsi, nonostante le bombe.
Si passano d’un balzo Fossato di Vico, Borghetto, Sigillo, lo strappetto di Costacciaro, sede del Centro speleologico nazionale del CAI, Villa Col de’ Canali, ampia curva a destra poi Scheggia, curva secca a destra e si imbocca l’antica strada (N. 360) che metteva in comunicazione l’Umbria con le Marche. Un gorgo d’aria e un mucchio immenso di pietra bianca, pareti di calcare di un pallore lunare. Strada dal fascino discreto e selvaggio, disegnata al lato del Torrente Sentino che, col suo scorrere, ha scavato nei millenni la roccia del fianco nord del Monte Cucco (1566 m), e sud del Monte Catria (1701 m) formando canions mozzafiato che obbligano ad una sosta per ammirare da vicino quel trionfo della natura, in un silenzio irreale, perché il traffico su quella antica strada è rarissimo. Percorrendola da ovest a est in bici sembra di volare, immersi in un paesaggio di favola.
Superata Isola Fossara non si può fare a meno di soffermarsi ad ammirare la splendida Abazia del nostro Presidente, teatro di antiche battaglie e di ricordi familiari e personali intrisi nelle pietre antiche della costruzione. Ecco Gaville e poi la curva secca a destra che porta agli ultimi due strappetti (che, dopo quasi 100 chilometri, sembrano il Tourmalet ) che ci conducono all’agognata meta di Coldellanoce, dove siamo raggiunti dal secondo furgone con l’equipaggio “spadaccino”.
Fra’ Nocino
La gioia
grande per aver tagliato il secondo traguardo era attenuata dal pensiero di
dover passare la notte dai frati. Esperienza nuova e piena di incognite che
affollava l’immaginario collettivo. In quel momento però gli animi erano
percorsi da pensieri di gloria. Si parlava apertamente di una nuova pagina di
storia scritta sulle strade aspre e solitarie delle più affascinanti zone
interne dell’Italia centrale. Era come l’arrivo dei Longobardi o la
conquista dell’Unità d’Italia da parte dei garibaldini. Questi erano i
sentimenti che albergavano nell’animo di ciascuno degli atleti che, da quel
momento in poi, non disdegnavano l’appellativo di Eroi. I telefonini
lavoravano instancabilmente a diffondere la notizia che ormai mancavano poco più
di 60 miseri chilometri per entrare nella legenda del ciclismo. C’era ancora
però da passare al vaglio dei frati. Primo scoglio la doccia.Tre postazioni per
tutti i pedalatori situate in spaziose e linde camerate che, in estate
accoglievano i giovani boys scouts. Qualcuno si faceva la doccia gelata perché
obnubilato dalla fatica, ma quella temperatura ritemprava comunque il
malcapitato che dopo le abluzioni, raggiungeva gli altri già a tavola a gustare
salami, ciauscolo, prosciutto, vino bianco ma corposo e sapido di quelle terre,
le crostate e ogni altro ben di Dio messo a disposizione da una ospitalità
deliziosa come il carattere di quelle genti, dall’animo gentile come il cuore.
I più attivi, in queste “operazioni”, erano il Direttore tecnico e i nuovi compari (pardon: aiutanti) giunti a dargli man forte. Il ritmo delle battute aumentava nella misura in cui le bottiglie di vino si svuotavano. L’arrivo degli Spada, poi con i loro motti fulminanti, assommandosi alle normali conversazioni, facevano salire il tasso medio delle risate e degli sganasciamenti. Oreste era sempre come un martello pneumatico nei confronti di Matteo che somatizzerà il tutto e, in serata, troverà sfogo in un potentissimo raffreddore.
Le Grotte di Frasassi
Senza quasi rendercene conto, svuotata l’ennesima bottiglia di vino, ci troviamo seduti sui furgoni diretti alle Grotte di Frasassi in orario puntuale al secondo, rispetto al programma prefissato.
Inutile parlare del contesto naturale di Frasassi collocato tra alte pareti di roccia strapiombanti per molte centinaia di metri e immerso in una lussureggiante vegetazione. Le Grotte di Frasassi hanno iniziato a formarsi circa 1.400.000 anni fa, quando il torrente Sentino aveva il suo alveo molto più in alto rispetto alla posizione attuale e tutta l’idrologia era più elevata di 200 - 300 metri. A questa altezza si incontrarono, lungo i piani di faglia, l’acqua mineralizzata della falda artesiana e l’acqua bicarbonata del fiume che, una volta mescolate, diedero origine alle enormi sale che abbiamo ammirato con grande stupore sentendoci immersi in una meravigliosa fiaba naturale. La prima di queste sale può contenere, per cubatura, il Duomo di Milano.
Queste informazione ce le ha fornite una graziosa guida che è divenuta immediatamente il bersaglio di Oreste che la voleva far maritare con Matteo, il quale in quell’ambiente umido, con un forte raffreddore incipiente, soffriva le pene dell’inferno.
Potete immaginare quale tono avessero potuto raggiungere le battute nel gruppo data l’ora, i fumi del vino, le forme falliche di stalattiti e stalagmiti, e il clima cameratesco, quasi da caserma che si era instaurato tra gli atleti. Tutto si è concluso con stile e senza trascendere, anche quando qualcuno di noi è stato insignito del titolo di guida provvisoria nell’ultimo tratto del percorso.
La cosa più sorprendente di quella visita è l’impressione che si ricava di perdita della capacità di percepire le dimensioni reali degli oggetti, in assenza di punti di riferimenti consueti presenti sulla terra e non nella sua “pancia”. Anche questa osservazione scientifica è stata oggetto di salaci battute a sfondo sessuale.
La Pizza “Sergio”
Usciti all’aperto, senza essere riusciti a neutralizzare efficacemente Oreste, ci siamo diretti a Sassoferrato per “la cena in ristorante tipico”, come da programma.
Qui Oreste superava se stesso. Intrecciava un fittissimo colloquio basato sui tecnicismi dell’arte della pizza con il pizzettaio Sergio, albanese, che l’indomani sarebbe partito per il suo paese a trovare i parenti. Era pieno di energia e nessuno sapeva da dove potesse prenderla. Si sedeva sulla finestra (dalla quale quasi cadeva) che dava nel locale dove era il forno e una micidiale campana successivamente neutralizzata da Matteo che, tra i lazzi di Oreste, i rintocchi assordanti e il martellare delle tempie per qualche linea di febbre conseguenza del montante raffreddore, minacciava Sergio che vista la mala parata rinunciava ai micidiali rintocchi. La zampata finale Oreste l’assestava impossessandosi del Menu che recava, a suo dire, importanti suggerimenti culinari ma la cui “asportazione” era stata espressamente vietata dal gestore del locale.
La cena era varia. Dagli spaghetti all’astice, alle fettuccine al sugo di cinghiale; dalla coda di rospo, alle bistecche alla griglia, alle pizze. Il vino era il Verdicchio delle colline di Jesi, la birra alla spina e il Vin santo di Lungarotti, di Torgiano (PG). Gelati niente, nonostante i disperati tentativi di un cameriere disponibile e gentile. In compenso i dolci erano superbi. Anche per quella sera l’alimentazione non era propriamente per atleti e soprattutto ciclisti con sulle spalle più di 260 chilometri e alla vigilia dell’ultimo impegno, anche se quasi una passerella. Quasi però, perché mancavano informazioni precise sull’ultima asperità della tre giorni: l’ascesa di Arcévia.
Pretattica del Presidente
Poiché il Presidente teneva per sé le informazioni utili e tutti i suoi parenti e amici erano stati indottrinati per fuorviare i malcapitati pedalatori, non è rimasta che ultima risorsa: quella di interpellare un’autorità del luogo, esperta di ciclismo, anzi ciclista praticante. L’on. Galdelli che, raggiunto ad Ancona, dove era impegnato con il ministro in una serie di incontri, lasciava precipitosamente gli astanti per raggiungere i poveri pedalatori e fornire loro le informazioni necessarie. Purtroppo queste informazioni erano scarse e tendenziose e lasciavano i ciclisti più confusi di prima. Data l’ora quindi, i fumi della nebbia che iniziava ad alzarsi in quelle zone e i fumi dell’alcool, che iniziavano a fare effetto, era consigliabile tentare di dormire.
Tentare, certo, perché si andava dai frati. Tutta la compagnia era nervosa. Per fortuna che si dormiva in camere con tre o quattro letti, così era possibile effettuare turni regolari di guardia. Ma la notte era comunque agitata. L’arrivo degli Spada o meglio di uno in particolare, detto “Sega”, era un tragico presagio se messo nella stessa stanza del Direttore tecnico, il quale già dormiva. Non era tutto. Il tormentone di Oreste ai danni di Matteo non concedeva tregua, nemmeno in piena notte. Alle tre circa si alzò, quatto quatto, a preparare le borracce cariche di sostanze rossastre denominate “Mirtilli”. Misteriosi suoni rimbombavano (pensate a via della Rimbomba) nelle stanze facendo tremare le pareti. "Che siano i frati ?", pensavano gli atleti che, vinti dal sonno e dalla fatica, sprofondarono in un sonno profondissimo, nonostante quei letti con le reti che sfioravano il pavimento tanto erano molli.
La passerella finale
La giornata era fredda, senza un fil di vento: vaporava. Il cielo sopra di noi potevamo solo intuirlo. Otto in punto, tutti pronti. Temperatura esterna attorno ai 9 gradi centigradi e una nebbia che si taglia con il coltello. Sembra di stare nella Pianura padana, dove quel personaggio del film di Fellini dice “Eh, ma se la morte è così è proprio brutta”.
Facciamo irruzione come un reggimento di cosacchi affamati tra le mura domestiche, avvezze ai ritmi calmi e lenti della campagna. La tavola è apparecchiata e si ripete il rituale di sempre: questi ciclisti sembrano lupi ingordi e senza freni. Veniamo però accuditi con sguardi sereni e di compatimento e trattati come giovincelli scavezzacolli che devono il loro comportamento al prorompere della loro vitalità.
Si scende nei locali dove le specialissime sono state custodite da attente sentinelle, che si sono date i cambi regolari per tutta la notte. Ben allineate contro una parete rifulgono le Cannondale sopra tutte e anche le De Rosa, stona solo una muontain bike, anche se fino a quel momento si è comportata più che egregiamente, anche se è palese una discreta mancanza di fondo.
Ultime riprese, ultimi scatti, olio alle catene, borracce riempite in modo vario, si indossano le mantelline, i giornali sotto la maglia e, dopo i cordialissimi saluti ai nostri speciali ospiti, si parte per una direzione solo immaginata. Visibilità prossima allo zero. Le leve dei freni sono completamente imperlate di gocce d’acqua, “uva di nebbia” che penetra nei polmoni e affatica oltre misura la respirazione. Quando rivedremo il sole rigalleggiare nel cielo puro?
Oreste deve distinguersi sempre e pedala in testa, in discesa, senza nessuna precauzione, come se pedalasse in piena estate alle tre del pomeriggio. La pagherà cara poi, con un accentuato abbassamento di voce, che non gli impedirà tuttavia i continui ed estenuanti assalti verbali al malcapitato Matteo.
Arcévia, un Bluff
Transitiamo (forse) per Sassoferrato, ma nessuno vede alcunchè, fino a quando aspettiamo il Presidente fermatosi per saluto parenti, classica fermata prevista in tutti i giri che si rispettino. Giunti al fatidico bivio per Arcévia, tutti vengono presi dal panico, meno il Presidente che affronta le prime rampe con un lunghissimo 53/17. Il coriaceo Oreste non demorde mai. Lo si vede salire all’inseguimento, quasi librato sulla sua bicicletta, buttando a ogni pedalata il manubrio di qua e di là, come un uomo che abbia preso il toro per le corna e lo squassi e stia per abbatterlo. Sotto i colpi micidiali di quel ritmo impossibile il gruppo si sgrana come sempre e affronta quei larghi e poco impegnativi tornanti, sempre immersi in una nebbia implacabile. Fin quando dopo una svolta dolce sembra di entrare in un altro scenario, completamente diverso. Cielo terso, sole raggiante senza l’ombra di una nuvola, ma con la salita ancora incombente che, forse, tra poco si farà più dura. Tutti cercano di risparmiare quel poco di energie superstiti fin quando, improvvisamente, siamo alle viste del paese. I furgoni fermi al lato della strada e le luci dei flash e il ronzio delle telecamere che immortalano il sopraggiungere dei girini. L'improvviso esaurimento della batteria della telecamera ci priva per sempre dell'entusiasmante testa a testa tra Marco e Giorgio per la conquista, allo sprint, del traguardo volante. Questa salita per Arcévia è stata tutta un bluff. Meglio così.
L’arrivo del secondo furgone imprimeva una decisa svolta alle riprese sia televisive che fotografiche, peccato che una malaugurata distrazione tecnica impediva di testimoniare un’importante pagina di storia che si stava consumando su quelle strade. Pensare che l’abilità dei tecnici era formidabile, a parte qualche appannamento di troppo degli obiettivi. Riprese in corsa sporgendosi pericolosamente dai furgoni, riprese da dentro, da fuori, di sopra e di sotto. Non c’è che dire, bisogna davvero fare i complimenti a questo formidabile staff tecnico - manageriale.
Non ci rimane che da segnalare un episodio curioso accaduto agli "spadaccini", alla guida del furgone che trasportava i bagagli e il vettovagliamento. Fermati da un posto di blocco della Guardia di Finanza, venivano scambiati per malavitosi dediti alla tratta degli immigrati clandestini, soprattutto albanesi. È stata molto dura dimostrare la loro innocenza.
L’Apoteosi
A gruppo riunito entriamo trionfanti nel paese per ricevere il tributo di ovazioni e osanna dalla folla festante per poi gettarci a precipizio nella folle discesa che ci attende. Gli ultimi chilometri, percorsi a buon ritmo, sulla strada (N. 360) che ci porterà a Senigallia, costituiscono la classica passerella d’onore per gli eroici ciclisti. La folla ai lati applaude, getta fiori quando si passa per Montale, il bivio per Jesi, quello per Ostra, Bettolella, Vallone fino all’arrivo sulla rotonda di Senigallia, di fronte al mar Adriatico che ci accoglie calmo, pieno di sole, quasi sorridente.
Il ritorno è storia di ordinaria amministrazione. Sul pulmino ognuno riorganizzava le proprie idee. Sentendo i pensieri di ognuno si scorgeva chi già programmava una nuova impresa di tre o più giorni; chi era terrorizzato all'idea di rimettere piede in casa perché lo aspettava il famelico "Folletto"; chi amorevolmente coccolava la propria specialissima; chi era tormentato dall'idea di dover passare tutta la serata per riparare la lavatrice; chi, in collegamento con le varie agenzie giornalistiche dettava il pezzo da pubblicare; chi dava disposizioni al mastro ferraio di forgiare otto "stelle da sceriffo - ciclista". Il solo scapolo della compagnia poteva abbandonarsi a pensieri più rilassanti come un'immersione ristoratrice nella vasca da idromassaggi. Oreste, a questo punto, colpisce ancora chiedendo a Matteo: "Posso venire anch'io ?". Su quest'ultima domanda Matteo potrà consumare, finalmente, la sua vendetta: "Sì! Ma con un piranha dentro." Alla fine di una risata lunghissima e liberatoria si intravedono già le prime case di Roma. Una leggera malinconia cominciava ad appropriarsi degli animi.
Ogni atleta
ripercorreva con la mente l’impresa compiuta. Un’impresa come abbiamo detto
“storica” scritta, a colpi di pedale e a gocce di sudore, da otto pedalatori
di varie età, non più verdissime, scritta con i loro garretti, con il fine
metallo dei loro muscoli prodigiosi, sì, ma umani e destinati anche loro a
risentire della fatica e della ruggine. Nelle loro menti non c’era posto per
la pietà e per la fatica ma solo per quella dolce euforia che dava l’aver
raggiunto con le proprie forze le jour de
la gloire.
APPENDICE
Gli "Eroici pedalatori": |
|||
Marco Centi |
Matteo Guerra |
Serafino Parri |
Giorgio Sala |
Oreste Di Iulio |
Paolo Lucchini |
Ferdinando Pensiero |
Gustavo Spada |
Staff tecnico - manageriale: |
|||
|
Armando Iacometti |
Ezio Spada |
Stefano Spada |
|
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