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“Himba” i nativi della Namibia
Gli Himba sono pastori nomadi, che vivono in comunità isolate, secondo la loro secolare tradizione e cultura. Si spostano seguendo la pioggia e i pascoli, lasciando (per poi ritornare) i piccoli villaggi di capanne circolari fatte di rami e di fango; al centro c'è sempre il recinto degli animali, la loro ricchezza e fonte di vita
Testo e fotografie di Anna Laura Neroni e Sergio Melini

Rientriamo a Swakopmund e decidiamo di effettuare un’escursione
(piuttosto costosa ma ne vale la pena!) con un piccolo aereo per ammirare da un
punto di vista privilegiato gli stessi luoghi visitati nei giorni precedenti. In 2 ore e 20 sorvoliamo le dune rosse, i laghi
asciutti e lisci come specchi; ci sorprende scoprire come è diverso dall’alto
il Deadvlei e il letto del Quiseb River ci appare come un fiume di alberi che si
perde nell’infinito desertico; ci commuove la desolazione delle miniere di
diamanti, fantasmi insabbiati come il relitto della Skeleton Coast. Siamo al settimo giorno del nostro viaggio, oggi
termina la parte “turistica”. Mentre noi passeggiamo per le graziose strade
di Swakopmund, le guide mettono a punto le macchine, fanno i rifornimenti di
viveri, acqua e carburante per affrontare i nove giorni di campo che ci
aspettano.

Quindi partiamo verso il nord, costeggiando l’Oceano
Atlantico e il Parco della Costa degli Scheletri. è doverosa la visita a Cape
Cross, il luogo dove, nel 1486, sbarcò il navigatore portoghese Diego Cao, il
primo europeo a mettere piede sul suolo dell’attuale Namibia, e dove oggi si
è stabilita una comunità di simpatiche otarie; ce ne sono circa 80.000 e
vivono lì tutto l’anno. Il paesaggio è assolutamente desertico, solo
stentati licheni riescono a sopravvivere aggrappati alle poche rocce emergenti
dalla sabbia, si nutrono semplicemente dell’umidità condensata che si
deposita come minuscole gocce di pioggia; la pioggia vera, in questa area
considerata una delle più aride della terra, cade solo poche volte in un
decennio.

Finalmente è giunto il momento del nostro primo
campo; siamo nella valle dell’Ugab e faremo l’esperienza di vivere (anche se
solo per una notte) come chi di vivere ne fa un’esperienza, quale quella di
salvare la natura, il nostro bene più prezioso; siamo ospiti del Save The Rino
Trust, qui ci è permesso di condividere un paradiso terrestre alla ricerca dei
grandi animali.
Inseguiamo orme fresche di leoni e di elefanti ma
loro vagano nei grandi spazi e non si fanno vedere. Le tracce di un elefante grande e di uno piccolo
segnalano il loro passaggio durante la notte tra le nostre tende; prima di
lasciare il campo un barrito echeggia lungo il canyon, illudendoci per un
attimo.

Da oggi, ogni mattina ci sveglieremo molto presto, bisogna smontare il
campo e dopo la colazione ci rimettiamo in viaggio. Con uno spettacolare ed
emozionante percorso fuoristrada raggiungiamo la regione del Damaraland, una
terra antichissima abitata dal popolo Damara; in queste zone selvagge dove è
inutile avere con sé il cellulare è stato prezioso l’uso del GPS.
Tra le montagne di arenaria visitiamo i graffiti
preistorici di Twyfelfontein (la sorgente insicura), dove popolazioni di
antenati cacciatori boscimani hanno lasciato il loro testamento di esperienze
sulle rocce rossastre.

Attraverso piste selvagge, accampati sulle rive o nei
letti asciutti dei fiumi, la nostra meta è l’incontro con il popolo Himba.
Siamo arrivati nel Kaokoland, nel nord est della Namibia, una delle zone più
selvagge e inospitali del paese.
Gli Himba sono pastori nomadi, che vivono in
comunità isolate, secondo la loro secolare tradizione e cultura.
Si spostano seguendo la pioggia e i pascoli,
lasciando (per poi ritornare) i piccoli villaggi di capanne circolari fatte di
rami e di fango; al centro c’è sempre il recinto degli animali, la loro
ricchezza e fonte di vita.

Gli Himba sono belli, fieri e forti, temprati dalla
vita all’aria aperta senza ombra di comodità cittadine; fanno molti
chilometri al giorno per guidare il bestiame ai pozzi o portare grandi taniche d’acqua
al villaggio; quest’ultimo compito spetta alle donne, le incontriamo lungo le
strade, a volte cavalcano un asino, a volte sono a piedi con i bambini più
grandicelli che gli trotterellano dietro e i più piccoli addormentati sulla
schiena; ci accolgono a volte sorridenti a volte diffidenti, accettano i regali
che offriamo (farina, tabacco, zucchero) in cambio, posano, orgogliose della
loro bellezza, per le nostre macchine fotografiche. Indossano gonnellini di
pelle di capra, gambali alle caviglie e cerchi ai polsi; le donne sposate
sfoggiano tra i seni un antico gioiello di famiglia, l'ozohumba, una conchiglia
bianca proveniente dalle coste dell’Angola, e hanno un ciuffo di pelle sulla
fronte.

I capelli sono raccolti in trecce, due per le giovani
in età prepuberale, tante per le donne mature. Si cospargono il corpo e i capelli con un impasto
ocra di argilla e grasso animale, che protegge la loro pelle e le rende
splendenti.
Nei villaggi, durante il giorno, rimangono solo le
donne anziane e quelle incinte; in uno di questi villaggi avviene l'incontro con
una giovane donna muta, aspetta un bambino, il terzo; è un incontro toccante,
il più vero, perché con lei non c’è l’ostacolo della lingua, i suoi gesti
e le sue espressioni sono anche le nostre, ci sorride, è serena.
Lasciamo il villaggio un po’ vergognosi di aver
violato il suo isolamento, di averla contaminata con il nostro frenetico modo di
vivere. L’itinerario attraverso la Kaokoland costeggia il parco della Skeleton
Coast, passando per alcuni interessanti pozzi (Purros e Orupembe), fino alla
selvaggia vallata di Marienfluss, una distesa di erba gialla che cresce sulla
sabbia rossa. La pista per raggiungere questa valle è irta di difficoltà
(bisogna oltrepassare un passo dove è necessaria una grande esperienza di guida
fuoristrada), questo, insieme agli spettacolari colori della natura, ne fa un
luogo magico, unico al mondo, che ci porteremo nel cuore per tutta la vita.
La vallata finisce sulle rive del grande fiume Kunene,
che segna il confine con l’Angola. Sulle rive del fiume dormiremo in una
splendida notte stellata e tra le sue rapide (al sicuro dall’appetito dei
coccodrilli) troveremo il refrigerio di un bagno dopo quattro giorni di acqua
razionata. Ripercorrendo la stessa pista lasciamo la valle di Marienfluss per
raggiungere le Epupa Falls; lungo la strada incontriamo intere famiglie di Himba
intenti ad abbeverare il bestiame.

Compiono gesti antichi, ognuno ha il proprio ruolo:
un giovane attinge l’acqua dalla profonda buca scavata nella sabbia; una donna
la versa nel tronco cavo che serve da abbeveratoio; i bambini più piccoli
tengono a bada le bestie che assetate si contendono quella preziosa acqua.
L’ultima notte in tenda la trascorriamo in un
accogliente campeggio sulle rive del Kunene, dove il fiume forma le famose
cascate di Epupa, precipitando in profonde gole fra enormi massi di granito
tondeggianti e una ricca vegetazione di palme e baobab che protesi verso l’acqua,
sull’orlo del precipizio, sembrano sfidare la legge di gravità.

Torniamo alla civiltà trascorrendo due giorni all’interno
del Parco Etosha, in comodi lodges. La riserva è ricca di animali e copre una
superficie di 22.570 Kmq, al suo interno il Pan, una straordinaria superficie di
argilla e sale dalla luminosità abbagliante che si trasforma in un bacino colmo
d’acqua nei periodi delle grandi piogge. Il viaggio volge al termine, un
nastro di asfalto lungo 600 Km (l’unico della Namibia) ci riporta a Windhoek e
all’aeroporto.
Voliamo verso casa portando negli occhi e nel cuore
gli sguardi, i sorrisi e i gesti di saluto delle bellissime donne Himba, mentre
si allontanano per tornare, come noi, alla vita di sempre.
Anna Laura e Sergio: alauser@libero.it
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