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Una Fiaba Chiamata Africa
Intervista al fotografo e giornalista Roberto sigismondi. Ha viaggiato da turista e da volontario in Africa. Le foto del suo viaggio come volontario in Congo saranno esposte nel mese di maggio in una mostra fotografica presso i locali dell’Associazione Attività di pensiero.
Testo di Francesca Cotroneo

Cosa vuol dire per te viaggiare? Da oltre venti anni
il mio mestiere è quello di fotografo e giornalista. Mi ritengo fortunato in
questo, perché la mia attività mi consente di imbattermi in realtà inusuali o di
capitare in posti speciali. Niente itinerari preconfezionati, dunque. La
logica dei miei spostamenti raramente somiglia a quella di un normale turista.
Quando mi muovo, cerco più che altro di annusare il mondo che mi circonda,
capire la gente e soprattutto confrontarmi, per cercare di allargare il mio
sguardo sulla vita. Questo particolare approccio al tema del viaggio ho
cercato di trasmetterlo anche ai lettori, attraverso servizi, foto,
testimonianze.

Certamente, negli ultimi anni, l’idea di come
viaggiare è cambiata molto, aprendosi a nuovi modi e contenuti. Dal trekking
all’uso del camper, dal turismo sociale ed ecocompatibile al volontariato: la
gamma delle possibilità è quanto mai variegata. Ma non dimentichiamo che in
qualche modo i protagonisti del viaggio rimaniamo noi. Il nostro girovagare ai
quattro angoli del mondo non può mai prescindere da chi siamo. E' come se
avessimo sempre uno specchio davanti. Anche quando ci affacciamo sui panorami
più lontani ed esotici, se guardiamo con attenzione, c’è un immagine che ritorna
sempre, la nostra.

Quante volte sei stato in Africa?
Sono stato due volte nel Continente Nero. La prima molti anni fa, inviato da una
rivista, allo scopo di testare un itinerario in camper da proporre ai propri
lettori. Il viaggio si snocciolava per due settimane e 2.500 km attraverso la
Tunisia. La mia seconda esperienza invece è recentissima, nel 2005 nella
Repubblica Democratica del Congo. Un viaggio completamente diverso dal primo. Se
quello faceva parte di un contesto turistico, questo ha avuto una connotazione
tutta sociale. Raccontaci del tuo primo viaggio, quali emozioni ti hanno
trasmesso i posti visitati e le persone che hai incontrato sul tuo cammino?

All’andata del mio primo viaggio, seguimmo la grande
arteria est-ovest che unisce famose oasi del deserto come Tozeur, Nefta, Gardaia,
Timimun, El Golea, Beni Abbes. Compagni di avventura, mia moglie Francesca e Rex,
un amico americano, saltato fuori all’ultimo momento. Fedele casa semovente, un
motorcaravan Arca 350 a benzina, un 4 posti leggero e ben equipaggiato. Di
grande funzionalità si sarebbero rivelati il frigo, il sistema sanitario e la
cucina. Molto utili anche le zanzariere alle finestre, per tenere fuori i
fastidiosi insetti, bravissimi a materializzarsi sempre dal nulla. Tra le prime
impressioni di quel viaggio, innanzitutto la vicinanza fisica di quel mondo al
nostro.

Ci imbarcammo a Napoli e dopo una breve sosta a
Palermo ci trovammo catapultati a Tunisi e poi con il camper ci dirigemmo subito
a sud nella città santa dell’Islam, Kairouan, tra i colori, i profumi e le
suggestioni dell’universo magrebino. Incredibile, tutto questo in camper e a
poche ore da casa!
Da Kairouan subito la deviazione verso il grande lago salato, lo Chott El Djerid,
tra paesaggi lattiginosi e cangianti e un caldo asfissiante. Poi, le prime due
oasi, Tozeur e Nefta, in attesa del grande salto nel deserto algerino. Ma la
seconda sera, sotto un cielo stregato da mille e una stella e una enorme
mezzaluna giallo limone, ci confessammo reciprocamente, davanti a una birra:
“Tutto qui il deserto?” Ci sentivamo delusi.
Aver lasciato gli alberi, i prati, le acque
abbondanti del nostro caro nord Mediterraneo, il calore della gente dei nostri
paesi e aver avuto in cambio solo una sterminata distesa di sassi e sabbia ci
sembrava un po’ poco. Intorno a noi, solo un ambiente inospitale, caldo
all’inverosimile di giorno e gelido la notte. Un mondo fatto di tanti
niente tra un pugno di case e un altro. Ma ci saremmo ricreduti molto
presto. Come per tante realtà che ancora non conosci, anche il deserto
all’inizio, ti spiazza e ti fa sentire un estraneo. Ma dagli qualche giorno e ti
prenderà il cuore. Ne comincerai ad apprezzare la personalità grandiosa, fatta
di silenzi e solitudine. Ti sembrerà quasi di essere su una montagna,
sviluppata, però, non in altezza, ma in orizzontale.
Cieli stellati paurosamente nitidi e
stracarichi di stelle, oasi che ti accolgono con il loro verde lussureggiante,
le dune di sabbia e le imprevedibili presenze umane nel deserto. Siamo rimasti
più volte sorpresi, credendoci soli, nel veder apparire qualcuno, giunto a piedi
fino a noi. Proveniente da dove? Impossibile capirlo. Intorno, solo dune o
collinette di sassi. Eppure, eccolo lì, giovane o vecchio, a proporti qualcosa o
arrivato solo per fare due chiacchiere. Il battesimo del deserto fu per noi
l’incontro con una famigliola: marito, moglie e due figli, rimasti a piedi sulla
grande arteria algerina che unisce le oasi maggiori. La strada non è male,
asfaltata e abbastanza larga. Quando incontri un camion, metti le due ruote di
destra sul tratto di terra battuta che completa la carreggiata, gli fai spazio e
via! Il gruppetto aveva avuto un’avaria alla propria auto e chiedeva un
passaggio fino all’oasi più vicina, distante qualche decina di chilometri.

Caricammo tutti, meno un ragazzino di dieci
anni. Sarebbe rimasto in mezzo al nulla, di guardia alla macchina, fino
all’arrivo del meccanico. Non si abbandona mai un bene incustodito, in pieno
deserto, verrebbe presto spogliato e ridotto a un relitto da invisibili avvoltoi
umani. Ma, se appena un bambino gli fa la guardia, esso sarà rispettato. è una
legge del deserto. Una delle tante che avremmo appreso. Un’altra legge,
altrettanto importante, ce la rivelò l’incontro con quella famiglia: quella
dell’ospitalità. Quante volte, oltre a quella, siamo stati accolti nelle loro
semplici case!
E quanti problemi ci hanno risolto, le persone
generose e aperte incontrate durante il viaggio. Mi ha molto rattristato, nel
tempo, sapere che questo mondo, stupendo e pacifico è stato sconvolto da una
guerra interna che ha provocato stragi, attentati e decine di migliaia di
vittime. Giunti quasi ai confini con il Marocco e visitato un incredibile sito
preistorico a Taghit, (centinaia di animali graffiti sulla grigia pietra di
basalto), ci apprestammo a tornare indietro, seguendo la strada che attraversa
il massiccio dell’Aures e la regione di altipiani a metà strada tra il deserto
vero e proprio e il mare. Paesaggi grandiosi, solitudini incommensurabili,
vegetazione scarna ma di grande impatto visivo: un altro pianeta.
Poi, scendendo verso la Tunisia, la splendida Timgad,
con i suoi resti di una importante città romana dell’entroterra africano.
Infine, di nuovo il mare, a Tabarka e le luci del Mediterraneo. Un viaggio
indimenticabile! Per niente complicato, tutto su arterie asfaltate, percorribili
da un comunissimo veicolo da strada. Quindici notti passate per lo più
all’interno di piccoli campeggi nello oasi o anche nel deserto, meglio se in
compagnia di qualche altro equipaggio. Tutte le oasi, inoltre, hanno alberghi in
stile coloniale che ad un prezzo accettabile offrono camere decorose e pasti
decenti. Una volta sola ci siamo fatti tentare e abbiamo tradito il nostro
camper. l’idea di un super letto e di una vera doccia erano stati troppo forti.
Ma siamo stati puniti: in albergo quel giorno mancava l’acqua!
Hai dei consigli da suggerire a chi ha deciso per la
sua prossima vacanza di scegliere il tuo stesso itinerario? Per quanto riguarda
le informazioni sulla Tunisia e Algeria, sono ottime le Guide Blu della Michelin.
Oggi consiglierei tranquillamente il viaggio in Tunisia, a chi scegliesse invece
di farlo in Algeria è bene che valuti la scelta, consultando il sito del
Ministero degli esteri e delle relative ambasciate. Perché un secondo viaggio in
Africa in veste di volontario? La mia seconda esperienza in Africa è
recentissima risale al 2005. La meta, la Repubblica Democratica del Congo,
compagna di viaggio ancora mia moglie Francesca e tre altri italiani, Mario,
Savino, Giovanni. Siamo partiti per fare volontariato all’interno di una
struttura ospedaliera, la Pédiatrie di Kimbondo, alla periferia di Kinshasa e
per conoscere Fabrice un ragazzo di tredici anni, da noi adottato a distanza
tramite un’associazione di Roma, l’AGAPE (Associazione Genitori Adottivi per
l’Estero).
L’Agape opera costruendo case di accoglienza per
bambini rimasti soli o con famiglie in difficoltà. Obiettivo primario del nostro
viaggio, la costruzione di una casa di accoglienza per ragazzi con handicap. Quali differenze hai trovato fra i luoghi visitati nei tuoi due viaggi?
L’Africa tropicale è molto diversa dall’universo magrebino. Le condizioni di
vita di buona parte dei suoi abitanti sono molto più precarie. La mia prima
impressione all’arrivo è quella di un mondo alla rovescia, così ti appare
Kinshasa appena sceso dall’aereo. Ovunque gente che cammina, lavora, vive per
strada e, se arrivi di sera, sciama tra una miriade di incerti bagliori di
candela. Ma il buio è più forte e sembra ingoiare le misere bottegucce, i bar
all’aperto e le disadorne baracche dell’immensa periferia, dove volteggiano
instancabili le tante ombre umane. Sembra di trovarsi in un dopoguerra. Questo
buio che avvolge Kinshasa al calar delle tenebre mi sembra una giusta metafora
dell’Africa nera di oggi.
Come una condizione di buio permanente, infatti, è lo
stato di indigenza, le malattie, la mancanza di prospettive per i milioni di
persone che popolano questo quadrante di mondo. Un mondo che, d’altra parte,
sarebbe ricchissimo. L’attuale Repubblica Democratica del Congo, ad esempio (Ex
Zaire ed ex Congo Belga), ha risorse minerarie sterminate, senza contare il
fiume Congo, secondo fiume al mondo dopo il Rio delle Amazzoni, che con un
razionale sistema di centrali elettriche potrebbe rifornire di elettricità buona
parte del continente. Ma l’Africa è governata da una classe dirigente per lo più
incapace e corrotta e le nazioni occidentali non hanno mai smesso di sfruttarla
e destabilizzarla, dandoci da bere la frottola della fine del colonialismo. Cosa
vuol dire lavorare come volontario in una struttura ospedaliera come la Pédiatrice?
La Pédiatrie è un posto dove non si paga, dove si può
ancora sperare di far curare un bambino povero da quei mali che qui si chiamano
ancora malaria, denutrizione, tubercolosi, cardiopatie, aids. Il mese trascorso
a Kimbondo è stato estremamente coinvolgente. Quotidianamente giungono
all’ospedale mamme con bambini gravemente ammalati. Spesso la morte bussa più
volte in un giorno per portarsi via piccoli arrivati in condizioni disperate.
Più di una volta, la sera, ci siamo sentiti tristi, sconsolati. Ti senti
impotente di fronte a una realtà che richiederebbe la solidarietà del mondo
intero. Ma poi giunge la riflessione positiva: si deve andare avanti, fare quel
che si può. Essere qui è una piccola goccia nell’oceano della sofferenza, una
fiammella che rischiara come può questo angolo di buio africano.
Un seme di crescita, che ti porterai a casa. Così
come resteranno indimenticabili le tante figure di volontari, che, giunti, dai
quattro angoli della terra, dedicano una parte del proprio tempo agli altri. Li
hanno chiamati i santi di oggi. Non è così: sono solo i primi uomini di un
domani migliore! E tu che sei partito per un paese del terzo mondo, apprenderai
un messaggio nuovo, al quale non avevi mai pensato. Credevi di essere andato per
donare, invece stai prendendo a piene mani. Perché il rapporto con i tuoi simili
di quaggiù ti cambia, ti arricchisce come mai prima. Qui le tue insoddisfazioni
di cittadino del mondo ricco perdono senso e impari a ridere e ad essere felice
insieme a chi non ha niente. Felice di essere vivo, di aver ricevuto un sorriso,
di dividere un piatto di cibo con qualcuno, di tenere per mano un bambino.
Credevi di essere venuto per aiutare e invece Mamma Africa ha cambiato te,
restituendoti il senso della vita!
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